Il medico e la gallina

di Mario Nejrotti

Era verso la fine degli anni ’70 del secolo scorso.

Ero laureato da tre anni. Come tanti miei coetanei sbarcavo il lunario facendo una delle prime guardie mediche organizzate nella seconda cintura di Torino. Ero l’unico medico di guardia per nove comuni nei dintorni di Chivasso, fino al confine con la provincia di Asti e di Vercelli.

Avevo finito il turno alle sette del mattino di un lunedì. Il telefono in casa della vedova che ospitava la guardia aveva suonato proprio allora.

La buona signora venne a dirmi che era un suo conoscente, fratello di una donna malata da tempo, che adesso stava molto male ed era a letto in camera sua e non voleva più scendere.

Decisi di andare anche se il mio turno era finito e mi ritrovai in una cascina molto male in arnese, sporca e trasandata. Nell’aia rifiuti e rottami.

La donna abitava al primo piano di un corpo laterale. Una scala in legno traballante immetteva in un tugurio. Un ambiente buio, umido, freddo e maleodorante, un letto sporco, mobili anneriti dal fumo di una stufa.

Febbricitante, denutrita e disidratata. Un fratello poco lucido, evidentemente dedito all’alcol.

Il telefono da cui aveva chiamato era in una cascina non troppo distante, ma a quell’ora non c’era già più nessuno.

Riscontrai una patologia polmonare, somministrai un antipiretico e feci un’iniezione di antibiotico.

Legai alla spalliera del letto una fleboclisi di fisiologica, che allacciai ad un ago butterfly.

La donna delirava.

Arieggiai la stanza e mi feci aiutare a lavare la malata e rifare il letto.

La signora doveva mangiare qualcosa di sostanzioso. In mezzo a quello squallore  non mi venne in mente altro che uova e brodo di gallina.

Chiesi al fratello se aveva le galline.

Disse di sì, ma le ammazzava solo la sorella e lui non lo avrebbe mai fatto, anche se sarebbe stato capace di prepararla, farla bollire e fare il brodo.

Dissi che lo avrei fatto io, che come giovanotto di città avevo molte esperienze, ma ammazzare un pollo non era certamente tra queste.

Comunque lo feci e ordinai all’uomo di cucinarla.

La signora si sarebbe nutrita, poi qualcuno avrebbe provveduto.

A questo episodio, perso nelle nebbie del mio passato professionale, non avevo più pensato fino alla lettura di un articolo redatto da Leo Eisenstein, studente di medicina e  pubblicato su  The New England Journal of Medicine.

Partendo dalla storia  del termine “burnout”, coniato per la prima volta nel 1974 da Herbert Freudenberger, psicologo che lavorava in una clinica per disagiati non paganti, e non da un medico di famiglia o da un ospedaliero dell’urgenza, ne discute le cause più rilevanti.

Lo studente, che pure dal quarto anno del suo curriculum universitario è stato molto sensibilizzato sui rischi di burnout professionale, a seguito di turni massacranti,  scarso personale, difficile rapporto con i pazienti,  burocratizzazione dilagante, conflittuale rapporto con le strutture sanitarie e con i decisori, ritiene che la più pericolosa frustrazione per i medici dipenda dai determinanti della salute socio ambientali e economici.

Infatti, afferma, vedere malattie originate dallo stato sociale, dalle condizioni lavorative, dall’ambiente, dalle ristrettezze economiche e dagli stili di vita dannosi, acquisiti anche per compensazione, frustra grandemente l’operatività del  medico che, come in una battaglia di retroguardia, combatte gli effetti senza nulla potere sulle cause.

Le diseguaglianze sociali, secondo il giovane autore, sarebbero causa di una profonda frustrazione in tutti i medici e andrebbero a potenziare le altre cause che pure non devono essere trascurate.

Il suo invito è quello di organizzarsi in associazioni di pressione tra medici che possano con il loro peso cambiare le cause del disagio a monte.

L’esempio che riporta, per sostenere la sua tesi, è l’aneddoto di un gruppo di amici che tentano di salvare dalla turbinosa corrente di un fiume persone che nell’acqua continuano a cadere. Più ne salvano, più ne arrivano, senza che i soccorritori capiscano il motivo di questa tragedia. Ad un certo punto alcuni di loro decidono di risalire la corrente, abbandonando i compagni al loro disperato lavoro, per capire le cause e risolverle a monte.

Per l’estensore dell’articolo, l’unica soluzione per sfuggire da un lato alla disperazione professionale e  per risolvere dall’altro situazioni legate a ingiustizie sociali e danni ambientali è  di ”organizzarsi”.

Ma questa soluzione, che pure è in parte condivisibile, dovrebbe tenere presente un aspetto che forse sfugge a Eisenstein.

Le associazioni di medici che combattono per una maggiore giustizia sociale e per il miglioramento dell’ambiente, sono meritorie fuori di dubbio, ma non lo sono di più di ogni associazione di cittadini che combatta per lo stesso fine e per il bene comune.

Inoltre per migliorare il mondo occorre tempo, molto tempo e molte energie. Nel frattempo nella vorticosa corrente del fiume la gente continua ad affogare.

Probabilmente in un sistema che funzioni gli studenti e i giovani medici si dovrebbero accontentare, si fa per dire, per sentirsi realizzati, di fare al meglio il proprio lavoro, con passione ed altruismo, cercando anche di intervenire con energia sulle situazioni di disagio, quando si presentano per il singolo paziente.

Occorre ricordare che il rapporto con il malato è di uno ad uno e deve assorbire tutto l’entusiasmo e l’energia del medico, senza che sia distratto da pur meritevoli lotte sociali, che inevitabilmente lo porterebbero lontano dalla malattia e dalla sua cura efficace.

Quindi, forse intervenire per tempo con il malato, eseguire una diagnosi corretta, impostare una giusta terapia e non dimenticare di alleviare, nei limiti di un intervento personale, situazioni difficili, può essere sufficiente per evitare che il medico vada in burnout professionale.

La gestione politica e le decisioni conseguenti per migliorare la società e l’ambiente in cui vive spettano ad altri, senza scordare, però, che per assolvere a pieno la propria missione il medico in certi casi può anche sacrificare una gallina.

 

Photo by Ambitious Creative Co. – Rick Barrett on Unsplash