La riforma del sistema sanitario secondo Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan

Di Sara Boggio

Un colosso dell’e-commerce, un impero della finanza e una delle holding più potenti del pianeta, ovvero Amazon, JP Morgan e Berkshire Hathaway: è questa la neo-alleanza che riformerà il sistema sanitario statunitense? In base ai comunicati stampa diffusi all’inizio di quest’anno e ripresi, tra gli altri, da New York Times (vedi) e Sole24Ore (vedi), i direttori delle tre mega-aziende – Jeff Bezos, Jamie Dimon e Warren Buffet – hanno costituito una società indipendente no-profit con l’obiettivo principale di riformare l’assistenza sanitaria dei propri dipendenti (complessivamente oltre 1 milione e duecentomila persone), nonché l’ambizione di creare un nuovo modello di welfare. «I costi esponenziali della sanità sono come un affamato verme solitario per l’economia americana», aveva allora dichiarato Buffet. «Il nostro gruppo non ha risposte pronte al problema ma neppure lo accetta come inevitabile».

Dopo alcuni mesi di silenzio, l’operazione procede con la nomina del direttore del progetto: Atul Gawande, chirurgo “tra i più celebri del paese”, che prenderà formalmente servizio a partire dal 9 luglio (qui l’articolo del New York Times da cui apprendiamo la notizia).

Docente ad Harvard e chirurgo praticante presso il Brigham and Women’s Hospital di Boston, Gawande collabora regolarmente con il New Yorker ed è autore, tra gli altri, di quattro best seller del New York Times (tutti tradotti in italiano: Salvo Complicazioni: appunti di un chirurgo americano su una scienza imperfetta, uscito nel 2005 per Fusi Orari; Con cura: diario di un medico deciso a fare meglio, 2008 Einaudi; Checklist: come fare andare meglio le cose, 2011 Einaudi; infine Essere mortale: come scegliere la propria vita fino in fondo, uscito nel 2016 sempre per Einaudi). È anche direttore esecutivo di Ariadne Labs, progetto dedicato alla sicurezza del paziente e co-gestito dal Brigham and Women’s Hospital e Harvard.

Declinando al momento le interviste, Gawande non ha rilasciato dichiarazioni al di fuori del comunicato stampa diffuso da Amazon-JpMorgan-Berkshire (vedi). Da un’email inviata a colleghi e collaboratori – ma nota anche al New York Times che ne riporta uno stralcio – il nuovo incarico non gli impedirà di continuare a esercitare gli attuali impegni professionali (attività clinica, docenza, giornalismo: Gawande continuerà a fare tutto).

Sempre secondo quanto riferisce la testata newyorchese, la nomina ha suscitato più perplessità che entusiasmi. I dubbi derivano principalmente dal fatto che il nuovo CEO non avrebbe esperienza nella gestione economico-amministrativa di grandi gruppi (posizione aggravata dall’intenzione di gestire l’incarico come attività part-time e inutilmente compensata dalla popolarità del ‘nome’). D’altra parte, la sua conoscenza del mondo sanitario deriva da decenni di pratica clinica diretta (ciò che puntualmente manca agli esperti di business e finanza).

Prima di Gawande, le tre corporation hanno intervistato una lunga lista di professionisti, tra i quali David Feinberg (CEO della Geisinger Health System: vedi), che avrebbe declinato l’incarico poco prima della nomina ufficiale.

“Abbiamo detto fin dall’inizio che il livello di difficoltà è alto – dice Jeff Bezos nel comunicato stampa. – Il successo richiede la conoscenza di un esperto, la mente di un principiante e una visione a lungo termine. Atul [Gawande] le possiede tutte e tre”.

Rispetto alla sostanza dell’operazione, finora nessuno ha fornito dettagli e nel frattempo, intorno all’ipotesi che a riformare il sistema sanitario statunitense possano essere tre colossi dell’industria, lo scetticismo non è mancato (vedi. Emblematico, al proposito, il tweet di un docente di Yale: “Spero che Amazon, JP Morgan e Berkshire abbiano successo. Il [nostro] sistema sanitario è del tutto inefficiente. Tuttavia… è un po’ come se Mayo Clinic, Cleveland Clinic e altre cliniche se ne venissero fuori dicendo che i computer non vanno bene e che perciò costituiranno una nuova azienda informatica”).

Eppure, conclude il New York Times, non è la prima volta che un’azienda prova a intervenire nella gestione della sanità, lasciando dedurre che per affrontare potere e interessi dei grandi gruppi di ospedali e delle case farmaceutiche sia più adatto chi può combattere ad armi pari (appunto altre aziende) di quanto non lo sia il governo (del cui ruolo non si fa cenno): inevitabile corollario di un sistema radicalmente privatistico (con buona pace dell’Obamacare) arrivato al capolinea? Precedenti, più o meno recenti, includono le trattative di Walmart (una delle maggiori catene di negozi al dettaglio del paese) con Cleveland Clinic, Mayo Clinic e Geisinger Health System (vedi); la copertura per la spesa farmaceutica attivata dall’industria di macchinari da costruzione Caterpillar (vedi); per arrivare alle cliniche della Apple (vedi). A prescindere dalla qualità dei servizi sanitari così gestiti e dai risparmi derivati (elementi ampiamente al di fuori del raggio di indagine delle fonti di riferimento), rimane da capire come i presunti miglioramenti possano essere trasferiti dall’ambito aziendale al resto del paese, e quindi come possano beneficiarne, oltre che i dipendenti, anche gli altri cittadini. Tornando alla manovra di Buffet e soci, è difficile immaginare che la questione sia tra le priorità in agenda (chissà se la voce di un medico, accanto a quella del ‘triumivirato’ del business, varrà quanto meno a ricordarlo).