La morte è meglio evitarla o prevenirla?

di Mario Nejrotti

Un articolo di oggi su Quotidiano Sanità  riporta i dati delle morti evitabili e prevenibili nell’area UE del rapporto Eurostat.

Veniamo così a scoprire che nel 2015 in Europa ci sono stati 1.700.000 morti, ma di questi se ne sarebbero potuti evitare con una migliore organizzazione sanitaria e una più elevata tecnologia oltre 571.000. Mentre del milione e 700mila morti globali se ne sarebbero potute evitare 1.200.000 con migliori stili di vita,    interventi di sanità pubblica, educazione sanitaria e prevenzione.

Nelle morti prevenibili sono intuitivamente contenute anche quelle evitabili con interventi migliori.

Le percentuali riportate nell’articolo condiscono la notizia e scopriamo che l’Italia con il 32% circa di morti prevenibili si colloca un po’ al di sotto della media europea (33,1%), mentre i servizi sanitari dell’Europa dell’Est devono rivedere i loro parametri di qualità, efficienza e organizzazione.

Infatti qui troviamo le percentuali più alte di morti evitabili: Romania (48,6%), Lettonia (47,5%), seguite da Lituania (47,0%) e Slovacchia (44,2%). È messa meglio la Polonia con il 29,9%, vicina ai Paesi meglio organizzati in Europa da questo punto di vista: Francia (23,6%), Belgio (26,0%), Danimarca (26,6%), Paesi Bassi (28,1%).

Se leggiamo le cause più frequenti delle morti evitabili vediamo al primo posto le sindromi cardiache acute
(oltre 180.500 decessi, il 32% delle morti totali evitabili di persone di età inferiore a 75 anni). Seguono gli ictus cerebrali (più di 89.600 morti, il 16%), vengono poi i tumori del colon-retto (più di 66.800, 12%), i tumori al seno (circa 49.900, 9%), le malattie ipertensive (30.400, 5%) e polmonite (quasi 26.000, 5%).

Sempre maggiore peso sulle morti evitabili avranno le riorganizzazioni dei sistemi sanitari. Se il fine ultimo dei sistemi pubblici rimarrà la salute dei cittadini e inquinamenti aziendalistici, commerciali e privatistici verranno minimizzati, un buon numero di queste morti in futuro si potrà evitare.

I costi sociali enormi per una politica di questo genere non vanno sottovalutati, pena l’insostenibilità del sistema, per immaginare un piano globale che studi le priorità, gli eventuali sprechi e i finanziamenti veramente necessari.

Non si può dimenticare però il fronte della prevenzione, in cui l’abilità dei sanitari e l’organizzazione delle strutture di  diagnosi e cura hanno un ruolo diverso, con il suo milione e duecentomila morti prevenibili e la conseguente netta diminuzione di quelle evitabili.

Questo è un campo molto più variegato e difficile da focalizzare a pieno e non settorialmente. Esso comprende  iniziative di salute pubblica, campagne di prevenzione ed educazione sanitaria, ma coinvolge molto profondamente la cultura propria della società, che, per essere educata in funzione di una vita più salutare, necessita di sforzi congiunti, collaborazione stretta tra diverse aree della politica e un ragionamento sulla produzione industriale, che dovrebbe essere orientata in senso meno consumistico e più salutistico.

Di che cosa non morirebbero più i nostri cittadini se tutto ciò avvenisse?

Si legge nel Rapporto Eurostat, citato nell’articolo, che per la mortalità prevenibile, la causa principale per gli uomini è di nuovo la cardiopatia ischemica, seguita dal cancro del polmone ( con i loro collegamenti stretti con stili di vita e inquinamento), mentre per le donne lo sono il cancro al polmone, al seno e le lesioni accidentali domestiche ( implicazioni di una cultura  maschilista dominante).

Probabilmente per ottenere risultati rilevanti sulle morti prevenibili bisognerebbe mirare a obiettivi culturali veramente complessi e che necessitano di investimenti strutturali globali.

Però, se questo lavoro fosse fatto, le dipendenze in generale potrebbero perdere gran parte del loro fascino perverso, potremmo scegliere di cibarci prevalentemente per fame e non per golosità, divertimento, convivialità, evitando ad esempio di consumare cibi industriali, che giovano solo a chi li produce, e potremmo scoprire che la vita fisicamente attiva è un valore per tutti e  essere uno sportivo non è stare seduti a guardare alla televisione chi gareggia.

Ci sarebbe meno lavoro per i medici, ma siamo certi che ne sarebbero felici.    

 

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