Prostituzione: legalizzare, regolamentare o decriminalizzare?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Regolamentare e tassare la prostituzione come nei paesi civili, riaprendo le ‘case chiuse’. Ne sono sempre più convinto”. Così twittava il 15 gennaio scorso l’allora candidato premier della Lega – e attuale Ministro dell’Interno – Matteo Salvini, stimando un rientro di circa 2 miliardi di euro per le casse dello Stato. Tra gli obiettivi dichiarati, quelli di fornire servizi previdenziali e “garanzie igienico-sanitarie” ai cosiddetti sex worker. Tra chi si occupa di queste tematiche a livello accademico, tuttavia, ci sono delle perplessità in merito all’ipotesi di regolamentare la prostituzione e di riaprire le “case chiuse”, con molti ricercatori che si schierano invece a favore di una decriminalizzazione totale della professione. Recentemente, l’argomento è stato affrontato in un articolo pubblicato su The BMJ – a firma di Sally Howard – in cui la giornalista ha elencato gli effetti, in termini di salute dei lavoratori del sesso, associati ai vari modelli esistenti, soffermandosi in modo particolare su quello – molto innovativo – implementato in Nuova Zelanda (1).

“Le popolazioni di lavoratori del sesso presentano sfide peculiari in termini di salute”, scrive Howard. Infezioni sessualmente trasmissibili, diabete, mal di schiena, disturbi mentali e dipendenze sono solo alcuni dei disturbi a cui queste categorie professionali vanno frequentemente incontro. Il tutto reso ancora più complicato da diverse barriere di accesso all’assistenza sanitaria, tra cui lo stigma, il timore di essere denunciati e l’adozione di stili di vita caotici. Inoltre, come emerso da una revisione sistematica del 2014, si stima che il 45-75% dei sex worker a livello mondiale abbia subito violenze nel corso della propria attività professionale, specie se svolta in luoghi aperti (2). Anche per questi motivi, quindi, molte organizzazioni e istituzioni – tra cui Amnesty International (3), le Nazioni Unite (4) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (5) – si sono schierate a favore di una piena decriminalizzazione di tutti gli aspetti relativi alla vendita di rapporti sessuali consensuali.

Un approccio come quello adottato, per esempio, in Nuova Zelanda. Lì, infatti, con la promulgazione del Prostitution Reform Act del 2003 si è deciso di decriminalizzare sia la vendita che l’acquisto di servizi sessuali, per proteggere i lavoratori dallo sfruttamento e garantire loro standard più elevati di salute e sicurezza. Obiettivi questi che secondo il New Zealand Prostitutes Collective (NZPC, il sindacato neozelandese dei lavoratori del sesso) sono stati raggiunti, con diversi studi che dimostrano come questo approccio abbia migliorato la situazione dei sex worker. Quest’ultimi, infatti, denunciano più facilmente i violenti, hanno rapporti migliori con le forze dell’ordine e si sentono più tranquilli nella scelta dei clienti (6,7). “Decriminalizzazione per me significa che posso rifiutare chi non voglio frequentare – racconta Pania, una prostituta appartenente all’etnia dei Maori – senza che il mio capo possa farmi pressioni. Non devo preoccuparmi che un mio cliente sia un poliziotto sotto copertura e posso essere sincera sulle mie aspettative, ad esempio per quanto riguarda l’uso dei preservativi” (8).

Questo approccio si differenzia molto da quelli adottati in altri contesti – come la Svezia, la Norvegia, il Canada, la Francia e l’Irlanda del Nord – dove sono previste sanzioni per chi compra (ma non per chi vende) prestazioni sessuali. Più simili al sistema ipotizzato dal nuovo Ministro dell’Interno italiano, invece, quelli utilizzati in Olanda e Germania, dove la prostituzione è legalizzata o regolamentata attraverso licenze e normative che regolano i rapporti tra i venditori, i compratori e i gestori di bordelli. Tuttavia, sembra che questi modelli non permettano in realtà di ottenere miglioramenti significativi per la salute dei sex worker. Infatti, una revisione tedesca del 2007 ha individuato una riduzione del livello di benessere generale dei lavoratori del sesso (9) mentre uno studio olandese dello stesso anno ha evidenziato diversi problemi a livello emotivo e un uso più frequente di sedativi (10).

“Le rare voci provenienti dal mondo dell’assistenza sanitaria che si schierano a favore del modello nordico lo fanno in quanto considerano questo mestiere come intrinsecamente dannoso, non soffermandosi sulle evidenze relative agli outcome di salute”, sottolinea Lucy Platt, ricercatrice della London School of Hygiene and Tropical Medicine autrice di diversi studi sull’argomento. Al contrario, i dati provenienti dagli studi sugli effetti della decriminalizzazione in Nuova Zelanda mostrano che questo approccio permette di ottenere risultati importanti in termini di salute e sicurezza. “Il modello non è perfetto – scrive Catherine Healy, coordinatrice nazionale del NZPC, in un articolo di commento sul BMJ (11) –, non c’è protezione dalle discriminazioni contro i lavoratori del sesso e i permessi non sono concessi a chi entra nel paese con un permesso di soggiorno temporaneo. Tuttavia, sono convinta che il riconoscimento dei diritti, della sicurezza e della salute dei sex worker sia una buona cosa per loro e per la salute pubblica. E che questa legge sia qui per restare”.

 

Bibliografia

  1. Howard S. Better health for sex workers: which legal model causes least harm? BMJ 2018; 361: k2609.
  2. Deering KN, Amin A, Shoveller J, et al. A systematic review of the correlates of violence against sex workers. American Journal of Public Health 2014; 104: e42-54.
  3. Amnesty International publishes policy and research on protection of sex workers rights. Comunicato stampa del 26 maggio 2016.
  4. UNAIDS, UNFPA, UNDP (2012). Sex work and the law in Asia and the Pacific.
  5. WHO (2014). Consolidated guidelines on HIV prevention. Diagnosis, treatment and care for key populations.
  6. Armstrong L. From law enforcement to protection? Interactions between sex workers and police in a decriminalized street-based sex industry. British Journal of Crminology 2017; 57: 570-88.
  7. Abel G, Fitzgerald L, Brunton C (2007). The impact of the Prostitution Reform Act on the health and safety practices of sex workers.
  8. New Zealand Prostitutes Collective (2013). Decriminalisation of sex workers in New Zealand: impact on Maori.
  9. Federal Ministri of Family Affairs, Senior Citizens, Women and Youth (2007). Report of the act regulating the legal situation of prostitutes (Prostitution Act).
  10. Daalder AL (2007). Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban.
  11. Healy C. Commentary: New Zealand’s full decriminalization means police and sex workers collaborate to try to reduce violence. BMJ 2018; 361: k2666.