Scienziati su twitter: utenti come gli altri. O poche voci fuori dal coro?

La valutazione dei social media da parte di esperti di comunicazione, sociologi, psicologi, psichiatri… continua ad oscillare tra la negatività assoluta (o quasi) e la positività praticamente senza limiti. C’è da dire che col passare del tempo si sono manifestate in modo sempre più evidente differenze anche sostanziali nell’uso di questi strumenti di comunicazione: Twitter, Facebook o Instagram (tanto per citare quelli da più tempo sulla scena) sono sempre più singolarmente caratterizzati sia a livello di tipologia degli utilizzatori sia di messaggi. Diventa quindi sempre più difficile trattare i “social” come una categoria omogenea della comunicazione e in aggiunta ben poco si sa dell’uso specifico che gli scienziati fanno (o possono fare) di questi mezzi.

Un interessante articolo pubblicato il 28 giugno scorso in Internet da FACETS (il primo giornale multidisciplinare di scienza ad accesso libero sulla Rete) illustra i risultati di una piccola ricerca effettuata proprio sulle modalità con cui i ricercatori utilizzano Twitter (http://www.facetsjournal.com/doi/10.1139/facets-2018-0002#toc-supplementary-material-2).

Twitter infatti è infatti usato da un numero ridotto di ricercatori per comunicare tra loro di scienza e la ricerca pubblicata dalla testata canadese ha cercato di verificare se questo social consente di promuovere davvero le proprie scoperte all’interno della comunità scientifica (“inreach”), o se invece aiuta soprattutto a raggiungere un pubblico di non addetti ai lavori interessati alla scienza (“outreach”).

L’inizio dell’articolo di FACETS ricorda che il possibile conflitto mediatico tra “inreach” e “outreach” ritorna ciclicamente dalla fine dell’Ottocento e quindi ben prima che il termine “Villaggio Globale”, nel 1964, venisse coniato da Marshall McLuhan. “Eminenti scienziati come Thomas H. Huxley e Louis Agassiz – si afferma- hanno tenuto conferenze pubbliche riprese spesso testualmente, su giornali e riviste non scientifiche e lo stesso Charles Darwin ha scritto il suo libro fondamentale (“Sull’origine delle specie”) come opera di divulgazione scientifica per il grande pubblico. Questa particolarità consente tra l’altro di ribadire una caratteristica peculiare della divulgazione scientifica anglosassone: l’autore di articoli scientifici su quotidiani e riviste generaliste è spesso un ricercatore importante mentre il giornalista scientifico specializzato svolge una specie di ruolo di mediazione culturale; rende cioè fruibile contenuti specifici a ricercatori impegnati in fronti a volte molto diversi della ricerca.

Per questo sono stati analizzati i “follower” (chi segue sulla piattaforma le pubblicazioni nella stessa forma con cui su Facebook si utilizza “l’amicizia”) di Twitter di oltre 100 ricercatori universitari in ecologia e biologia evolutiva e si è evidenziato che in media, il 55% di questi sono a loro volta scienziati. Tuttavia, oltre la soglia di 1.000 “follower”, nel novero di chi segue i profili Twitter degli scienziati inizia ad essere presente un pubblico sempre più generalista che comprende organizzazioni di ricerca e di didattica, media prestigiosi e un piccolo numero di decisori. Questo pubblico via via più variegato viene a sua volta seguito da sempre più persone e determina quindi un incremento esponenziale dei “tweet” di scienziati accreditati a livelli anche molto alti di competenza.

“Twittare –conclude l’articolo- possiede quindi il potenziale idoneo per diffondere ampiamente le informazioni scientifiche a patto che gli sforzi iniziali per ottenere un numero adeguato di “follower” abbiano avuto successo. Questi risultati dovrebbero incoraggiare gli scienziati a investire nella costruzione di una presenza sui social media per la divulgazione scientifica”.

E chi tra i ricercatori già usa Twitter come un mezzo di comunicazione – informa FACETS- lo considera uno strumento per stare al passo con la nuova letteratura scientifica, per individuare opportunità operative e attuare una proficua politica di gestione della ricerca scientifica. Lo scienziato con profilo Twitter sa che, oltre a promuovere i propri articoli pubblicati, questo mezzo permette di scambiare idee, partecipare a conferenze o a congressi in modo virtuale. L’utilizzo di Twitter, secondo questi utenti, può avere un ruolo importante anche nel ciclo di vita di una pubblicazione scientifica perché consente in modo immediato il collegamento con potenziali collaboratori, aiuta nella raccolta di dati e nella ricerca di fonti E ci sono anche alcuni benefici immediatamente verificabili per gli scienziati che usano i social media: la ricerca canadese ha infatti dimostrato che i “paper” diffusi via Twitter accumulano più citazioni.

Davvero molto stringata ma efficace la descrizione delle modalità operative di Twitter a beneficio della maggioranza di ricercatori (oltre il 60%) che ancora praticamente ne ignora l’esistenza. “Twitter- viene detto nell’articolo- consente agli utenti di inviare messaggi brevi (originariamente fino a 140 caratteri, aumentati a 280 caratteri da novembre 2017) che possono essere letti da qualsiasi altro utente. Gli utenti possono scegliere di seguire altri utenti di cui sono interessati i post, nel qual caso visualizzano automaticamente i tweet dei loro “follower”; viceversa, gli utenti possono essere seguiti da altri utenti, nel qual caso i loro tweet possono essere visti dai loro follower. Non è necessaria alcuna autorizzazione per seguire un utente, e non è obbligatorio rispondere ai tweet.

I messaggi possono essere categorizzati (con hashtag), ripetuti (ritwittati) e condivisi tramite altre piattaforme di social media, che possono amplificare esponenzialmente la loro diffusione e possono offrire collegamenti a siti Web, blog o pubblicazioni scientifiche”.