Immigrazione, un’occasione per ripensare l’Europa e noi stessi

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

L’articolo 1 della Carta europea dei principi di etica medica recita: “Il medico difende la salute fisica e psichica dell’uomo, dà sollievo alle sofferenze nel rispetto della vita e della dignità della persona, senza alcun tipo di discriminazione, di qualunque natura essa sia, in tempo di pace come in tempo di guerra”. L’Ordine dei Medici e Odontoiatri della Provincia di Torino ci ha tenuto a ricordarlo, qualche settimana fa, in un comunicato indirizzato a medici, cittadini e decisori politici europei in cui si sottolineava la preoccupazione per il clima culturale che si sta consolidando in Italia sul tema dell’immigrazione (1). Un problema complesso, che non può essere risolto – si legge nel comunicato – alimentando “la supremazia degli egoismi particolari e nazionali”. La questione è stata affrontata di recente anche dall’editor-in-chief della rivista The Lancet – Richard Horton –, autore di un articolo di commento in cui ha riportato una serie di dati e riflessioni sull’argomento (2).

Attualmente sono 40.944 le persone che hanno migrato verso l’Europa nel 2018, 960 dei quali morti nel tentativo di raggiungere il vecchio continente. Erano 84.365 a luglio del 2017, 215.997 a luglio del 2016. Tuttavia, a causa della forte impronta sovranista del nuovo Governo italiano, dei problemi interni alla coalizione guidata da Angela Merkel in Germania e alle preoccupazioni legate alla Brexit, il tema dell’immigrazione ha contribuito a trascinare l’Unione europea in quella che Horton definisce “la sua peggiore crisi di sempre”. “La condanna del nostro fallimento nel proteggere le vite e il futuro dei migranti sarebbe quindi una risposta quantomeno corretta, anche se insufficiente”, sottolinea l’editor-in-chief di The Lancet, chiedendosi quali meccanismi abbiano portato a queste situazioni di “disumanità collettiva”.

Una possibile spiegazione potrebbe essere quella individuata dall’antropologo Arjun Appadurai, secondo cui i recenti sviluppi nel rapporto tra popolazioni autoctone e migranti sarebbero la conseguenza di una “crisi della sovranità” (3). O meglio, della sovranità economica. “Nessuno stato moderno può controllare la sua economia nazionale “, scrive Horton. “Tutti i paesi sono soggetti alla forza delle corporation transazionali, alla finanza internazionale, ai movimenti dei capitali”. Questo, secondo Appadurai, avrebbe portato alcuni popoli a voler rafforzare – come reazione –  la propria “sovranità culturale”. Da Salvini a Putin, da Erdogan a Modi, da Trump a Orban, non mancano certo gli esempi di governi la cui forza politica deriva anche da idee di etno-nazionalismo e “purificazione culturale”. “Il fervore anti-immigrazione – scrive Horton – è la logica conseguenza”.

Secondo il filosofo e sociologo sloveno Slavoj Žižek, invece, il populismo tende a definire i propri nemici in quanto intrusi provenienti dall’esterno e, in quanto tali, in grado di minacciare l’identità di chi vive all’interno del sistema. Per questo, precisa Horton, bisognerebbe spostare il dibattito pubblico dalla paura all’ansia: “L’ansia emerge quando siamo consapevoli che c’è qualcosa che non va in noi. Mentre la paura ci spinge ad eliminare la minaccia esterna – in questo caso, il migrante – l’ansia ci invita a lavorare su noi stessi”.

Ma oltre a lavorare su se stessi, Horton invita anche a considerare i fatti. In particolare, egli riporta tre dati sottolineati da Jessica Brandt, esperta di politica estera della Brookings Institution. In primo luogo, quattro migranti su cinque non si spostano di molto dal paese d’origine: di conseguenza, la parte più grande dell’onere associato all’immigrazione è in realtà un problema dei paesi a basso e medio reddito, non dell’Europa. Poi, più della metà dei migranti vive in aree urbane. “Molte soluzioni finalizzate a aiutare i migranti non hanno nulla a che fare con governi nazionali e organizzazioni internazionali, ma con le autorità locali”, spiega l’editor-in-chief di The Lancet. Infine, due terzi dei migranti a livello mondiale provengono da soli cinque paesi: Siria, Afghanistan, Sudan del Sud, Myanmar e Somalia. Di conseguenza, se si riuscisse a risolvere i conflitti presenti in queste zone la crisi migratoria potrebbe essere quantomeno mitigata.

“Gli interventi messi in atto per affrontare il problema delle migrazioni hanno fallito”, scrive Horton. Citando l’antropologo Bruno Latour, l’editor di The Lancet sostiene che l’Europa avrebbe bisogno di un evento delle proporzioni della Pace di Westfalia, che nel 1648 pose fine alla Guerra dei Trent’Anni e sancì la nascita dell’ordinamento internazionale basato sulla co-esistenza di stati sovrani (3).  “500 anni fa c’è stato bisogno di una guerra per raggiungere un accordo di questa portata. La sfida di oggi – conclude Horton – è quella di arrivare a una riconciliazione tra le persone senza ricorrere a conflitti violenti”. Nel frattempo, questa riconciliazione può però essere messa in atto nella quotidianità, ad esempio, offrendo – in quanto medici – la propria professionalità in modo indiscriminato a chiunque ne abbia bisogno.

 

Bibliografia

  1. Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Torino. Comunicato OMCeO Torino. Emarginati e migranti. Pubblicato il 26 giugno 2018.
  2. Horton R. Offline: Migration—the new devolution. The Lancet 2018; 391: 2592.
  3. Geiselberger H. The great regression. Wiley, 2017.