Rapporto medico-paziente, la continuità riduce la mortalità?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

In un’epoca storica di continui e rapidissimi avanzamenti tecnologici, dove l’assistenza medica è sempre più spesso basata su l’approfondimento degli aspetti patofisiologici della malattia, la relazione medico-paziente rimane un elemento fondamentale.  Specie se coltivata nel tempo. Una revisione inglese pubblicata sul BMJ Open, infatti, ha dimostrato che la cosiddetta “continuità di cura” – intesa come il mantenimento nel tempo del rapporto tra un paziente e il suo medico curante – si associa addirittura a una riduzione della mortalità (1). Alla luce di queste evidenze, quindi, preoccupa ancor di più l’allarme lanciato qualche mese fa dalla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg) e dal sindacato dei medici dirigenti Anaao, secondo cui 14 milioni di italiani rischiano nei prossimi anni di rimanere senza un medico di base (2).

Proprio quella del medico di famiglia, infatti, è la figura che più incarna il concetto di continuità di cura: un rapporto caratterizzato da contatti ripetuti e, quindi, da un grado elevato di conoscenza reciproca. “Può essere considerata una misura della forza della relazione tra medico e paziente”, scrivono gli autori dell’articolo del BMJ Open. Un elemento che in precedenza era già stato associato a un elevato grado di soddisfazione del paziente (3), a una migliore promozione della salute (4), a una maggiore aderenza terapeutica (5) e a una riduzione delle ospedalizzazioni (6). I ricercatori dell’University of Exter e dell’University of Manchester hanno quindi raccolto i dati provenienti dai diversi studi realizzati sul tema per capire se questa caratteristica del rapporto medico-paziente si associasse anche a un beneficio in termini di una riduzione della mortalità.

In totale, sono stati presi in considerazione 22 studi. Dai risultati è emerso che in 18 di questi (81,8%) un livello elevato di continuità di cura era associato a una riduzione significativa della mortalità per cause specifiche e in 16 (72,7%) a una riduzione della mortalità per tutte le cause. “In generale le dimensioni dell’effetto erano piccole – sottolineano gli autori della ricerca – ma comunque nello stesso range degli effetti di altri trattamenti”. Per quanto riguarda il resto degli studi, invece, l’associazione tra continuità di cura e mortalità non è risultata significativa (o, in un caso, è risultata significativa ma positiva) a causa, secondo i ricercatori inglesi, di finestre temporali troppo brevi o di altre limitazioni nella metodologia utilizzata. “I nostri risultati sono in linea con gli studi precedenti – spiegano –, solo di recente si è iniziato a studiare l’associazione tra continuità di cura e mortalità attraverso ampi database e coorti a lungo termine”.

Le evidenze emerse dagli studi che hanno preceduto la revisione dell’University of Exter e dell’University of Manchester potrebbero però contribuire spiegare l’effetto individuato in termini di mortalità. Ad esempio, è stato dimostrato che una maggiore continuità di cura fa percepire i medici come più responsivi (7); di conseguenza, i pazienti tendono a condividere un numero più elevato di informazioni, con un guadagno in termini di personalizzazione dell’assistenza.  “È poi emerso che i medici tendono a sovrastimare la loro efficacia quando si interfacciano con pazienti che non conoscono e a sottostimarla quando hanno a che fare con persone che invece conoscono da tempo (8)”. La somma di tutti questi effetti potrebbe quindi contribuire alla riduzione della mortalità emersa dalla revisione pubblicata sul BMJ Open.

Quella che è senza dubbio una buona notizia in termini di assistenza sanitaria è però fonte di preoccupazione se relazionata al contesto italiano. Secondo le stime di Fimmg e Anaao, infatti, nei prossimi 5-8 anni andranno in pensione più di 45.000 tra medici di base e dottori del Servizio Sanitario Nazionale, lasciando privi di punti di riferimento sul territorio più di 14 milioni di cittadini. Di conseguenza, poiché proprio i medici di famiglia sono coloro con i quali è più facile mantenere un rapporto duraturo nel tempo e basato su una reciproca fiducia, molte di queste persone potrebbero non beneficiare dei potenziali effetti positivi associati a una maggiore continuità di cura.

Bibliografia

  1. Gray DJ, Sidaway-Lee K, White E, et al. Continuity of care with doctors—a matter of life and death? A systematic review of continuity of care and mortality. BMJ Open 2018; 8: e021161.
  2. Pini V. Medici di famiglia, in 5 anni 14 milioni di italiani saranno senza. Repubblica; pubblicato il 9 febbraio 2018.
  3. Baker R, Streatfield J. What type of general practice do patients prefer? Exploration of practice characteristics influencing patient satisfaction. British Journal of General Practice 1995; 45: 654-9.
  4. Cabana MD, Jee SH. Does continuity of care improve patient outcomes? Journal of Family Practice 2004;53:974-80.
  5. Chen CC, Tseng CH, Cheng SH. Continuity of care, medication adherence, and health care outcomes among patients with newly diagnosed type 2 diabetes: a longitudinal analysis. Medical Care 2013; 51: 231-7.
  6. Barker I, Steventon A, Deeny SR. Association between continuity of care in general practice and hospital admissions for ambulatory care sensitive conditions: cross sectional study of routinely collected, person level data. BMJ 2017; 356: j84.
  7. Reis HT, Clark MS, Pereira Gray D, et al. Measuring responsiveness in the therapeutic relationship: a patient perspective. Basic and Applied Social Psychology 2008; 30: 339-48.
  8. Pereira Gray D, Sidaway-Lee K, White E, et al. Improving continuity: the clinical challenge. InnovAiT: Education and inspiration for general practice 2016; 9: 635-45.