Attenti al caldo: soprattutto sul lavoro all’esterno

di Mario Nejrotti

I bollettini sulle ondate di calore si susseguono su tutti i portali istituzionali e non. Basta qualche click per informarsi: uno per tutti quello del  Ministero della Salute.

Ma non sempre è possibile indossare indumenti leggeri, rimanere al riparo durante le ore più calde, andare a sfruttare l’aria condizionata dei supermercati, non compiere sforzi fisici in piena calura.

Al caldo non sono esposti solo attempati pensionati e frugoletti razzolanti al sole.

Si pensi  ai lavoratori dei cantieri, dell’edilizia, dell’agricoltura da Sud a Nord.

Attività che non si possono fermare, per le quali sembrano praticamente inapplicabili i consigli, a volte francamente banali, per la salvaguardia della salute.

Abiti di sicurezza, caschetti e scarpe antinfortunistica, occhiali di protezione, maschere e cuffie per l’abbattimento dei rumori sono, per chi ha l’obbligo di indossarli d’estate, veri e propri strumenti di tortura, che aumentano la sudorazione e non aiutano certo a disperdere il calore, prodotto dallo sforzo fisico. Si aggiunga nei luoghi di lavoro più complessi dal punto di vista ambientale, la difficoltà a portarsi dietro congrue quantità di liquidi e la zona rossa del rischio grave per l’individuo è raggiunta.

In un articolo dell’agenzia Reuters,  del 12 luglio scorso,  si affronta questo problema, riportando i dati raccolti da Aaron Tustin e altri, dello Us Department of Labor’s Occupational Safety and Health Administration (Osha) di Washington, e pubblicato dal . Morbidity and Mortality Weekly Report dei Cdc americani

Gli standard di sicurezza negli Stati Uniti per gli addetti esposti al calore sul lavoro in esterno parlano di una temperatura limite assoluta di 32,8 C°. Ma se si tiene conto dell’indice di calore, che misura la temperatura reale, considerando anche l’umidità presente, il pericolo è già presente a temperature più basse.

L’analisi delle circostanze prese in esame dalla ricerca della Tustin, che ha valutato 25 incidenti sul lavoro, avvenuti tra il 2011 e il 2016, con 14 decessi degli addetti e 11 episodi patologici non mortali, hanno evidenziato che lo stress da calore sul lavoro in esterno è in atto già a 29, 4 gradi C.

Per questo sia i datori di lavoro, sia gli addetti dovrebbero essere spinti a consultare le linee guida dell’ Occupational Safety and Health Administration (Osha)  , per valutare i fattori di rischio aggiuntivi, quali l’esposizione diretta alla luce e calore solare, il tipo di abbigliamento usato dai lavoratori, l’attrezzatura necessaria a svolgere la mansione, la fatica sviluppata durante l’attività e il tempo continuativo dei turni. I soli bollettini meteorologici, spesso consultati dai datori di lavoro, non sono sufficienti a valutare lo stress reale da calore.

Infatti, sei casi mortali su undici si sono verificati in giornate estive di temperatura non particolarmente elevata, ma in condizioni di rischio che erano state sottovalutate.

Sostiene la ricercatrice che le malattie da caldo sul lavoro possono verificarsi in giorni particolarmente caldi, e questo è intuitivo. Ma già una temperatura superiore ai 26 gradi, evento molto frequente nelle giornate estive, potrebbe essere fatale, se non vengono prese le dovute precauzioni.

Il colpo di calore può avvenire quando il corpo  si surriscalda oltre i 39 C° e permane a questa temperatura per qualche tempo. In questa condizione si possono verificare danni cerebrali e cardiaci, se il soggetto non è sottoposto a tempestive cure mediche.

Le condizioni dei lavoratori, specie agricoli e dell’edilizia, predispongono a questa patologia, potenzialmente mortale e occorre prevenirla con una massiccia idratazione, facendo pause di riposo e periodi di acclimatazione.

Una buona informazione, quindi, deve prevedere non solo campagne di educazione per le fasce deboli della popolazione, ma anche per quelle in attività lavorativa, soprattutto dei lavoratori obbligati all’esterno durante l’estate. Senza trascurare uno specifico messaggio ai datori di lavoro, che debbono essere indotti a rispettare criteri di buon senso, oltre a norme specifiche, per evitare incidenti, anche mortali, che andrebbero ad aumentare il numero, già insopportabile nel nostro Paese, delle morti evitabili sul lavoro.