Aumenta ovunque l’uso di “smart drugs”. Ma è l’Europa in pole position

La notizia è stata pubblicata da Nature il 5 luglio scorso riprendendo i risultati di una ricerca pubblicata qualche settimana prima dall’International Journal of Drug Policy, che a sua volta aveva elaborato i dati raccolti dal Global Drug Survey: un questionario anonimo online sull’uso di droghe a livello mondiale (https://www.nature.com/articles/d41586-018-05599-8).

Ma cosa sono queste “smart drugs”?

Secondo la definizione fatta propria dai Carabinieri, si tratta di “una serie di sostanze, di origine sia naturale sia sintetica che vengono assunte perché consentono di migliorare le capacità cognitive (come per es. la memoria e la capacità di apprendimento) ma presentano anche effetti allucinogeni ed altri effetti dannosi, ancora sconosciuti.

Si tratta di sostanze in grado di aumentare le performance cognitive del cervello migliorando l’apporto di ossigeno e aumentando il rilascio di agenti neurochimici come i neurotrasmettitori. Gli effetti sul Sistema Nervoso Centrale possono essere lievi e graduali oppure profondi e immediati. In ogni caso, allo stato attuale, esistono pochi studi scientifici controllati in grado di supportare questi presunti benefici per alcune sostanze, mentre buona parte degli effetti di queste sostanze non è stato ancora verificato sperimentalmente” (http://www.carabinieri.it/cittadino/consigli/tematici/questioni-di-vita/tossicodipendenza-da-sostanze-stupefacenti/le-smart-drugs).

“Il sondaggio svolto dal Global Drug Survey –afferma Nature- ha ottenuto 79.640 risposte nel 2015 e 29.758 nel 2017 e il più alto tasso di utilizzo per queste sostanze si è registrato negli USA: nel 2017 circa il 30%degli intervistati ha dichiarato di aver usato farmaci per il potenziamento cognitivo farmacologico (PCE) almeno una volta nei 12 mesi precedenti, rispetto al 20% del 2015”.

“Ma – continua la prestigiosa rivista scientifica- i maggiori aumenti sono stati registrati in Europa: l’uso in Francia è salito dal 3% nel 2015 al 16% nel 2017; e dal 5% al 23% nel Regno Unito. Un sondaggio condotto da Nature nel 2008 tra i suoi lettori aveva già rilevato che un intervistato su cinque aveva usato droghe per aumentare la concentrazione o la memoria.

Quest’ultimo dato è impressionante per dimensioni, afferma Barbara Sahakian, neuroscienziato dell’Università di Cambridge, Regno Unito, che non è stata coinvolta nel lavoro di raccolta ed elaborazione dati”.

A preoccupare la scienziata britannica è soprattutto la modalità sempre più diffusa con cui vengono usate tali sostanze: rappresentano ormai uno stile di vita che prevede il sempre più frequente potenziamento delle capacità cognitive effettuato da persone che conducono una vita assolutamente normale. I consumatori di tali sostanze non sono, come accadeva fino a poco tempo, soprattutto studenti in affanno con la preparazione degli esami. A loro si sono aggiunti infatti i professionisti e tra questi non mancano i medici: nell’articolo di Nature vengono infatti citati nel ruolo di consumatori, specificamente i chirurghi.

Interessanti anche le modalità, raccolte nell’inchiesta, con cui gli utilizzatori si procurano le “smart drugs”. Quasi la metà (il 48%) delle persone che ha ammesso l’uso di questi farmaci ha dichiarato di averli ottenuti da amici; il 10% li ha invece acquistati da un rivenditore o su Internet, mentre il 6% li ha avuti da un membro della sua famiglia. Soltanto il 4% dei consumatori ha comprato tali sostanze in farmacia dietro la presentazione di una ricetta medica.

Il rarissimo utilizzo di una prescrizione medica per ottenere la disponibilità di tali sostanze sembra confermare il fatto che l’utilizzo delle “smart drugs” è di tipo voluttuario e che il suo aumento è un fenomeno culturale: e, come tale, forse dovrebbe essere anche studiato per comprenderlo meglio e contrastarlo efficacemente.