Prima pubblichi meglio è? I “preprint” dei risultati scientifici portano vantaggi alla salute?

di Luca Mario Nejrotti

È un problema comune alla maggioranza delle discipline di ricerca: da un lato si contesta agli studiosi la lentezza con cui i loro risultati sono comunicati alla comunità scientifica, dall’altro si stigmatizza l’uscita affrettata di pubblicazioni che non siano state revisionate e verificate.

L’opinione.

Se questo problema, ad esempio, in archeologia si manifesta in pubblicazioni che vedono la luce anche decine di anni dopo le ricerche sul campo, o per contro nell’interpretazione affrettata e a volte erronea o parziale di un sito o una traccia del nostro passato, nella ricerca medica si può tradurre in danni per la salute pubblica?

Il British Medical Journal (vedi) ospita un confronto sulla pubblicazione preliminare (preprint) dei risultati della ricerca senza peer review ossia la verifica dei dati da parte di ricercatori non coinvolti nell’indagine stessa. Un’opinione sostiene che questa strategia acceleri la diffusione della conoscenza e le modifiche nelle pratica clinica, d’altro canto, però, la seconda posizione obietta che la pubblicazione senza il controllo di qualità che viene garantito dal referaggio potrebbe causare dei danni.

I pro.

Le pubblicazioni preliminari di ricerca medica, con le dovute precauzioni, accelerano la diffusione del sapere e riducono i casi in cui i risultati non vengono proprio pubblicati, oltre a promuovere la trasparenza della ricerca scientifica e a consentire l’accesso ai dati grezzi da parte degli altri ricercatori e la conseguente verifica autonoma dei risultati.

Il referaggio, indubbiamente, rallenta la comunicazione e si effettua su un prodotto concepito per la pubblicazione, quindi in qualche modo “mediato”. I preprint spesso sono in forma di rapporti preliminari con allegati i dati grezzi e permetterebbero alla comunità scientifica di avere accesso immediato alle informazioni, in modo da potersene avvantaggiare per le proprie indagini. Inoltre i rapporti preliminari sono sovente caricati su server online, risparmiando il tempo necessario alla stampa tradizionale.

La pratica dei rapporti preliminari, tra l’altro, darebbe visibilità a molte ricerche che non hanno portato a risultati tali da garantirne la pubblicazione tradizionale, ma che sovente sono portatrici di informazioni preziose per altri studi.

A chi sottolinea che la divulgazione anticipata dei dati potrebbe portare danni e confusione, i fautori dei preprint ribattono che attraverso i convegni e i comunicati stampa il pubblico viene costantemente bombardato dai media di informazioni mediche allo stato preliminare.

Al contrario, utilizzare rapporti preliminari dettagliati permetterebbe un controllo almeno sull’origine e sui metodi applicati su queste informazioni che di fatto “scappano” già alla comunità scientifica.

I contro.

Il problema dei rapporti preliminari in medicina è ovviamente quello di favorire la circolazione di dati scientifici non verificati, in un contesto, quello della salute, nel quale, purtroppo, già circolano più leggende che verità, in generale assorbite acriticamente dal pubblico.

L’idea, ottimistica, che i preprint siano sottoposti a peer review “spontanea” da parte della comunità scientifica è utopistica perché i ricercatori sono già oberati dalle proprie indagini.

I preprint sarebbero così inutili, mentre la pratica della peer review che precede la pubblicazione tradizionale ne garantisce l’affidabilità e porta vantaggi anche ai ricercatori che sarebbero così stimolati a produrre ricerche “di valore”. Al contrario, i preprint possono danneggiare la comunicazione scientifica, contribuendo ad aumentare la confusione sugli argomenti di salute.

La circolazione di idee e dati prima della pubblicazione tradizionale andrebbe incoraggiata, ma spinta su altri contesti, come convegni, laboratori e seminari.

Piuttosto si dovrebbe intervenire sulla pubblicazione tradizionale rendendone più rapido e fluido l’iter, sfruttando i vantaggi che l’evoluzione dei media portano alla comunità scientifica.

 

Il problema, in medicina come nelle altre discipline, non è di facile soluzione: l’unico modo costruttivo di affrontarlo in generale sarebbe quello di mettere di volta in volta al primo posto gli interessi dei medici che devono applicare i risultati degli studi e dei pazienti che se ne dovrebbero giovare, senza preoccuparsi, ovviamente, delle dinamiche accademiche.

 

Fonti.

https://www.bmj.com/content/362/bmj.k3628