Coltivare un orto: utile pratica per curare al meglio

di Mario Nejrotti

Preconcetti

La convinzione che spesso il medico ha di essere invincibile nei confronti della malattia, gli può far interpretare gli inevitabili insuccessi con profondo senso di impotenza e di colpa. Il paziente occidentale, spesso illuso dai media, sull’infallibilità della medicina giudica troppo sovente il fallimento delle cure e l’errore diagnostico, occorso al medico, come frutto esclusivo di ignoranza, imperizia o disattenzione.

In questo oscillare di emozioni negative si pone la quotidianità professionale e il rapporto medico paziente.

Il professionista cerca di far collimare  sintomi riferiti e  segni ritrovati con i paradigmi clinici e strumentali che lo portino il più vicino possibile ad identificare e definire la sindrome del paziente, per poter somministrare farmaci o terapie più appropriate dal punto di vista scientifico, corroborate dai dati statistici.

Non sempre si può capire e non sempre si può guarire.

L’universo biologico umano è estremamente complesso e sondabile a fatica, se si adoperano esclusivamente paradigmi rigidi che si applicano alla media dei pazienti.

A volte si fa la diagnosi, si applica la giusta terapia e non si ottiene alcun risultato; a volte si scavalcano le regole, si tenta il tutto per tutto e si è ripagati con un grande successo; a volte non si fa nulla e il paziente guarisce nonostante il medico. Per fortuna, il più delle volte causa e effetto, diagnosi e terapia sembrano navigare placidamente verso la guarigione, ma non sempre è così.

I sistemi complessi

Come comportarsi con i sistemi complessi come è quello dell’organismo umano? Esso non è influenzato solo da parametri interni ai confini della sua cute, ma subisce sollecitazioni positive e negative dall’ambiente che lo circonda. Un contesto che tende ad allargarsi, mantenendo il proprio fondamentale legame con l’individuo, come i cerchi nell’acqua tranquilla di una stagno, quando ci cade un sasso.

Come può fare il medico a rendersi più armonico con l’altro e con il suo ambiente?

Ogni professionista, che si sia posto il problema, sceglie la propria soluzione per aiutarsi nelle battaglie quotidiane.

Su  Jama Network del 2 ottobre 2018 è comparso un articolo, riportato da Jama, dal titolo eloquente di Nurturing Medicine, a firma di Zachary S. Sager, MD del New England Geriatric Research. Education and Clinical Center. Division of Geriatrics and Palliative Care, Healthcare System, Boston, Massachusetts.

La proposta di Zacary

Il medico ricorda che già dal terzo anno dei suoi studi di medicina aveva incominciato a coltivare un piccolo orto, in cui si rifugiava per trovare pace dopo le ore di frequenza e studio e per governare lo stress e la competitività della vita universitaria.

Il giovane medico aveva incominciato a osservare i fenomeni legati alla coltivazione, alla cura del terreno, alla concimazione, ai cicli delle piante, dal germogliare dei semi, all’inevitabile decadimento e morte.

Con gli anni di studio, cresceva anche l’orto e il giardino, complicando il sistema, aggiungendo gli animali da cortile, per completare il ciclo della natura con le loro deiscenze e il loro avanzi organici azotati. Più conosceva l’ambiente agricolo nel suo complesso e più poteva organizzare interventi equilibrati con cui aiutare le piante e ritardare il loro ciclico decadimento, accettato, però, come un fatto ineluttabile.

Si è reso conto via, vai che nell’orto e nel giardino la morte è un evento prevedibile e inevitabile, mentre nella corsia dell’ospedale era vissuto come uno straziante fallimento.

Soprattutto nel reparto di cure palliative, nonostante la fine fosse attesa, continuava a sorprendere penosamente parenti e sanitari. Con il tempo e l’abitudine, l’atteggiamento del medico, prendendo esempio dalle dinamiche dell’orto, è cambiato, e pur continuando a dedicarsi completamente ai suoi malati, ha trovato serenità nell’accettazione del ciclo biologico e nella sua conclusione.

Dice il dottor Sager: “I giardinieri riconoscono l’importanza dell’ambiente, visto che la vitalità di una singola pianta dipende dalla forza delle sue radici, dal suolo, dall’aria, dal sole e dall’acqua che la circondano e la nutrono. Nel giardino, ho imparato ad essere vulnerabile, aperto a ciò che era fuori dal mio controllo, riconoscendo che, nonostante tutti i miei sforzi, le cure e l’attenzione, un seme non sempre germina, né una pianta porterà sempre frutti.”

Egli ha imparato che i pazienti sono irripetibili per le loro reazioni all’ambiente, alla famiglia, alla comunità che li circondano.

Il processo diagnostico terapeutico è fondamentale e insostituibile, ma la reazione dei singoli ai segni di invecchiamento, di grave malattia, del possibile approssimarsi della morte, sono unici e portano a risultati solo in parte prevedibili.

Afferma di aver imparato che non sempre in un giardino sono le piante più curate a ottenere i migliori risultati, talvolta specie anche delicate, lasciate a loro stesse, prosperano e superano, le più aspre difficoltà.

Dice ancora Sager nella “Death Valley, nonostante il clima secco e caldo, nascono oltre 1000 specie di piante, tra loro fiori selvatici bellissimi, che fioriscono dopo le piogge in primavera. A volte passano anni tra le fioriture: l’ecosistema sembra in attesa delle giuste condizioni.” Come le piante della Death Valley, anche gli esseri umani sono in grado di superare le più gravi avversità di salute e ricominciare il ciclo di una vita attiva e felice.

In conclusione

Interessante riflessione di un medico, in un’epoca di eccessi diagnostici e terapeutici, che non tengono conto abbastanza delle aspettative reali di vita e delle prospettive e desideri del paziente, che può aiutare a trovare un equilibrio stabile tra progresso scientifico e accettazione dei limiti umani.

Specie i giovani medici potrebbero seguire l’esempio del dottor Sager e cominciare fino dai primi anni a coltivare un pezzo di terra, imparando a osservare la natura di cui facciamo indissolubilmente parte.