Ricerca biomedica e conflitto di interessi. Il caso delle mesh vaginali

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Nel 1996 l’ostetrico e ginecologo svedese Ulf Ulmsten realizzò uno studio in cui dimostrò l’efficacia di una procedura che prevedeva la correzione del prolasso genitale attraverso l’impianto di una rete (mesh) per via transvaginale (1). I risultati furono eccellenti e permisero di andare oltre la strategia terapeutica utilizzata fino ad allora, la quale prevedeva un intervento di chirurgia addominale estremamente invasivo. Da quel momento in poi, tuttavia, il successo delle mesh vaginali è stato accompagnato da dubbi e questioni irrisolte, riguardanti nello specifico i rapporti (di natura economica) tra Ulmstein e l’azienda che avrebbe poi prodotto il dispositivo. Per questo motivo, The BMJ – da sempre molto sensibile al tema del conflitto di interesse – ha recentemente pubblicato una serie di articoli di approfondimento sul tema (2).

“I ricercatori e i medici dovrebbero ricevere denaro dall’industria?”, si chiede Fiona Godlee, editor-in- chief della rivista. “La mia risposta è no”. Invece, come emerge da un’inchiesta del giornalista Jonathan Gornall, pubblicata sempre sul BMJ, a seguito della pubblicazione del primo studio di Ulmsten sul mesh vaginale (in cui l’84% delle pazienti risultò completamente guarita), l’ostetrico svedese firmò un accordo con l’azienda Ethicon, filiale della multinazionale Johnson & Johnson (3). Sembra inoltre che l’accordo economico (“che avrebbe reso Ulmsten un uomo molto ricco”) tra le due parti fosse vincolato all’esito di un secondo studio, più ampio, il quale aveva l’obiettivo di confermare i risultati ottenuti da Ulmsten nel 1996 (4). Di conseguenza, è quanto meno ragionevole dubitare dell’attendibilità dei risultati emersi.

L’aspetto più sorprendente è che, a quanto pare, anche i collaboratori di Ulmsten erano all’oscuro di tale accordo. I dettagli del conflitto di interesse sono infatti emersi solo nel 2014 durante una causa che vedeva contrapposti la Ethicon e la Jonhson & Johnson e Linda Batiste, una paziente che a seguito dell’impianto di mesh vaginale aveva accusato forti dolori dovuti, secondo la tesi dell’accusa, a un difetto di fabbricazione del dispositivo. “Batiste è stata ricompensata con 1,2 milioni di dollari di danni”, scrive Gornall. Durante questo processo, tuttavia, sono emersi i termini dell’accordo tra la società Medscand – creata appositamente da Ulmsten e il collega Jan Clarèn – e la Johnson & Johnson. Dopo che il brevetto fu depositato, il 25 febbraio del 1997, il colosso accordò alla Medscand una serie di pagamenti, per un totale di un milione di dollari, destinati a finanziare il secondo trial sul dispositivo.

“Non è chiaro se lo stesso Jan Clarèn fosse a conoscenza dell’accordo”, sottolinea Gornall. A prescindere da questo, tuttavia, il secondo studio, pubblicato nel 1998 sull’International Urogynecology Journal, ottenne risultati ancora più sorprendenti del primo: delle 131 pazienti prese in considerazione, il 91% risultò completamente guarito, mentre un ulteriore 7% riportò “miglioramenti significativi” (4). In seguito alla pubblicazione di questi risultati, la Johnson & Johnson acquistò da Medscand tutti gli assett relativi al business di mesh vaginali. L’accordo prevedeva un pagamento di 24,5 milioni di dollari. Infine, la società di Ulmsten venne venduta, nel 2001, alla compagnia statunitense Cooper Surgical per 12 milioni di dollari (5).

Dal punto di vista della Johnson & Johnson, tuttavia, nel finanziare il secondo studio del gruppo di Ulmsten l’azienda voleva solamente ottenere maggiori evidenze in merito all’efficacia e la sicurezza della procedura e verificare se i risultati ottenuti dal medico svedese fossero replicabili anche in altri centri. Inoltre, secondo le dichiarazioni di una portavoce della multinazionale riportate da Gornall, nessuno dei suddetti centri avrebbe ricevuto alcun tipo di finanziamento. Semplicemente, alla fine del secondo trial, la Johnson & Johnson era soddisfatta dei risultati ottenuti, i quali ponevano questa procedura come “un valore immenso per tutta la comunità medica”. Inoltre, si sottolineava la pubblicazione sull’International Urogynecology Journal, “una delle più autorevoli riviste nel campo”.

Tuttavia, a corredo dell’articolo la rivista pubblicò un editoriale in cui si sottolineava come in merito allo studio rimanessero molte domande aperte in particolare relative ai criteri diagnostici utilizzati per selezionare i pazienti e al valore dei testi utilizzati per la valutazione post-operatoria (6). Ciò nonostante, i due articoli di Ulmsten (in cui non si riportava l’esistenza di un potenziale conflitto di interessi, “in quanto questo tipo di dichiarazione non era richiesta ai tempi”) sono stati sufficienti per avviare il successo di una procedura che si è rapidamente diffusa tra i chirurghi di tutto il mondo. Secondo le stime di Gornall, infatti, dal 2000 in poi si sarebbero impiantate più di 3 milioni di mesh vaginali a livello globale.

“A prescindere dai possibili effetti dell’accordo tra Ulmsten e la Johnson & Johnson – spiega il giornalista – è ormai ampiamente accettato che il sostegno di un’industria, per quanto possa definirsi ‘non condizionante’, influenzi comunque l’outcome di una ricerca”. Secondo una review della Cochrane Association, ad esempio, gli studi riguardanti farmaci e dispositivi che sono sponsorizzati dall’azienda produttrice hanno probabilità maggiori, rispetto a quelli non sponsorizzati, di ottenere risultati a supporto dell’utilizzo del prodotto oggetto di indagine (7). Infine, conclude Gornall, “la nube di sospetto che circonda i fatti del 1997 non si è dissipata in quanto, come emerso dalle varie udienze, alcuni dei documenti relativi al primo periodo della Medscand (inclusi alcuni che un avvocato descrisse come “il nucleo centrale dei dati di Ulmsten”) sono andati distrutti in un incendio verificatosi nel 2009 presso un deposito di Losanna in Svizzera”.

 

Bibliografia

  1. Ulmsten U, Henriksson L, Johnson P, Varhos G. An ambulatory surgical procedure under local anesthesia for treatment of female urinary incontinence. International Urogynecological Journal 1996; 7: 81-5.
  2. Godlee F. What we must learn from mesh. BMJ 2018; 363: k4254.
  3. Gornall J. The trial that launched millions of mesh implant procedures: did money compromise the outcome? BMJ 2018; 363: k4155.
  4. Ulmsten U, Falconer C, Johnson P, et al . A multicenter study of tension-free vaginal tape (TVT) for surgical treatment of stress urinary incontinence. International Urogynecological Journal 1998; 9: 210-3.
  5. Cooper Surgical to buy medical-products maker. Los Angeles Times; pubblicato il 28 agosto 2001.
  6. Atan A, Basar MM. Comment on “A multicenter study of tension-free vaginal tape (TVT) for surgical treatment of stress urinary incontinence”. International Urogynecological Journal 2000; 11: 130-2.
  7. Lundh A, Lexchin J, Mintzes B, Schroll JB, Bero L. Industry sponsorship and research outcome. Cochrane Database Systematic Reviews 2017; 2: MR000033.