In difesa della libertà di stampa

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore  

 

Il 2 novembre, si è celebrata la Giornata mondiale per porre fine all’impunità dei crimini contro i giornalisti voluta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La data è stata scelta a commemorazione dell’assassinio di due giornalisti francesi, avvenuto in Mali, il 2 novembre del 2013. Due assassini che rientrano nella casistica – amaramente alta – di 1010 casi di giornalisti uccisi negli ultimi 12 anni e di cui solo il 10 per cento è stato risolto. “Quando questi crimini restano impuniti viene trasmesso il messaggio negativo che riportare ‘verità imbarazzanti’ o ‘opinioni indesiderate’ sia pericoloso”, dichiara l’Unesco (1). Inoltre alimenta la perdita di fiducia da parte dei cittadini nel proprio sistema giudiziario da un lato e dall’altro dà via libera ai criminali e accresce l’influenza di quanti abbiano qualcosa da nascondere. “A lungo andare, l’impunità ha un effetto corrosivo sull’intera società”. 

Il Lancet dedica un editoriale (2) alla giornata chiedendo ai propri lettori e all’intera comunità di medici e ricercatori di riflettere sul valore che il giornalismo può avere anche per la salute e il benessere della società, portando all’attenzione del pubblico tematiche sociali, sanitarie e legali che altrimenti resterebbero all’oscuro o in secondo piano. E, non da ultimo, invita a ragionare sul forte collegamento fra libertà di informazione, legalità e giustizia, a tutela soprattutto dei cittadini. “La morte non è la sola modalità con cui i giornalisti sono messi a tacere. Vi sono anche l’intimidazione e la detenzione”, scrive il Lancet nel ricordare alcuni casi più recenti come quello di Shahidul Alams (3), noto fotoreporter bengalese arrestato con l’accusa di aver usato “commenti infiammatori” sull’incapacità del governo di Bangladesh di garantire la sicurezza delle strade. In un’intervista Alams aveva giustificato le rivolte dei giovani studenti di Dacca dopo la morte di due loro compagni investiti da un autobus in corsa, attribuendoli a problemi di corruzione e non solo a quello delle sicurezza delle strade. Un altro caso è quello di Wa Lone e Kyaw Soe Oo (4), condannati a sette anni di carcere per il loro lavoro d’inchiesta sulle operazioni di pulizia condotte nell’agosto del 2017 dall’esercito birmano contro la minoranza musulmana dei rohingya nello stato del Rakhine: i due giornalisti di Reuters avevano fatto luce sull’uccisione di due uomini rohingya a Inn Din, che erano solo la punta dell’iceberg delle migliaia di uccisioni violente e degli orrori inflitti a uomini, donne e bambini che l’Onu ha definito un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

“Reporting is not a crime”, afferma il Segretario generale ONU, Antonio Guterres, nel video messaggio in occasione della Giornata mondiale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti. Ma i fatti evidenziano che non limitarsi a trasmettere i messaggi che i poteri forti vogliono veicolare al grande pubblico può tradursi per un giornalista in intimidazioni, denunce e condanne ingiustificate e in contrasto con la libertà di espressione che è uno dei diritti umani fondamentali. Come cita l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani “chiunque ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione; questo diritto include libertà a sostenere personali opinioni senza interferenze e a cercare, ricevere, e insegnare informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendentemente dal fatto che esso attraversi le frontiere”.

Tuttavia questo diritto non sempre e non ovunque viene garantito e tutelato. Secondo Reporter sans frontieres, organizzazione non governativa che ogni anno stila una classifica delle nazioni in termini della libertà di stampa, più di un terzo della popolazione mondiale vive in regioni dove non esiste libertà di stampa: una condizione che colpisce paesi che non godono di un sistema democratico o con gravi carenze nel processo democratico, e, in misura diversa, anche paesi democratici. “Sempre più i capi di stato democraticamente eletti vedono la stampa non più come un fondamento della democrazia, ma come un avversario”, ha sottolineato la Ong denunciando “un clima deleterio che tocca anche i paesi più alti in classifica”. Nella classica mondiale sulla libertà di stampa del 2018 di Reporter sans frontieres, su 180 paesi esaminati la Norvegia e la Corea del Nord conservano, rispettivamente, il primo e l’ultimo posto; rispetto alla precedente classifica gli Usa sono scesi al 45esimo posto, dietro la Corea del Sud e la Romania. L’Italia è passata dalla 52esima posizione alla 46esima, ma sempre molto indietro rispetto ai principali paesi dell’Unione Europea quali Francia, Germania, Spagna e Austria: nel rapporto di legge che “una decina di giornalisti italiani sono ancora sotto protezione permanente e rafforzata della polizia dopo le minacce di morte proferite, in particolare, dalla mafia, da gruppi anarchici o fondamentalisti”. La Cina è al 176esimo posto in classifica. Occupano una posizione molto bassa anche paesi in cui esiste la stampa libera e indipendente, quali Russia (148), Ucraina (101) e Bielorussa (155) nell’Europa dell’est e anche Bangladesh (146), Filippine (133) e Colombia (130), dove i giornalisti sono spesso vittime di violenze e intimidazioni.

“La libertà di stampa e la libertà di espressione sono inestricabilmente legate alla lotta per far progredire la condizione di salute delle persone e delle popolazioni”, scrive il Lancet. La denuncia di un’azione illegale o di un problema emergente attraverso la stampa libera e indipendente è una strada fondamentale da percorrere per poter esercitare quella pressione sufficiente sui governi affinché agiscano secondo i principi della giustizia nel rispetto della salute e dei diritti umani dei propri cittadini. L’editoriale si chiude con l’augurio “che il 2 novembre, quest’anno, segni un cambiamento sostanziale nel modo in cui pensiamo al lavoro dei giornalisti. Non è compito solo dei colleghi della stampa, degli avvocati e dei governi difendere i diritti dei giornalisti di tutto il mondo, ma spetta anche ai professionisti della salute e ai ricercatori sostenere la libertà di stampa. Se auspichiamo di migliorare la salute delle persone in tutto il mondo, dobbiamo difendere i diritti di quel meccanismo di sorveglianza internazionale più obiettivo che abbiamo: la libertà di stampa”.  

 

Bibliografia  

1. Unesco. International Day to End Impunity for Crimes against Journalists.

2. Doctors and scientists must defend a free press. Lancet 2018; 392: 1488.

3. Safi M. Photographer charged as police crackdown in Bangladesh intensifies. The Guardian, 6 agosto 2018.

4. Goldberg J, Fullerton J, Wintour P. “A blow to press freedom”: world reacts to jailing of Reuters journalists in Myanmar. The Guardian, 3 settembre 2018.