Le stagioni influenzano le nostre capacità cognitive?

di Luca Mario Nejrotti

Le nostre funzioni cognitive avrebbero un picco positivo tra la fine dell’estate e l’autunno per peggiorare tra tardo inverno e primavera, secondo uno studio guidato dall’Università di Toronto.

Lo studio.

Tutti almeno una volta nella vita abbiamo sperimentato sulla nostra pelle periodi di minore concentrazione e produttività attribuendoli al clima… Ci sono pochi dati scientifici, però, riguardo l’associazione tra stagione e, per esempio, facoltà cognitive e i relativi correlati neurobiologici nelle persone anziane, effetti con importanti implicazioni per la diagnosi e il trattamento della malattia di Alzheimer. Una recente ricerca (vedi) mira a misurare questi effetti, mentre studi precedenti si sono concentrati sulla popolazione più giovane (vedi).

Sono state testate le capacità cognitive e la concentrazione, misurate le proteine correlate alla malattia di Alzheimer nel fluido spinale, effettuando anche autopsie sui deceduti.

Il nuovo studio (vedi) metterebbe in luce differenze nelle performance cognitive di più di tremila pazienti tra i 60 e gli 80 anni, affetti da demenza o meno, distribuiti in Canada, Stati Uniti e Francia, sulla base della stagione. Sono anche stati registrati ritmi stagionali nelle proteine correlate alla malattia di Alzheimer nel fluido spinale e nell’espressione di specifici geni nel cervello.

Prospettive future.

Se lo schema di alti e bassi cognitivi sarà confermato da ulteriori studi, potrà essere di grande aiuto sia nella diagnosi sia nella calibratura delle terapie di demenza e Alzheimer.

Infatti se la stagionalità dimostrasse di avere un’associazione clinicamente significativa con le facoltà cognitive negli anziani con e senza Alzheimer, si potrebbero migliorare le diagnosi e potrebbe valere la pena di aumentare le risorse cliniche correlate alla demenza in inverno e all’inizio della primavera, quando è probabile che i sintomi siano più pronunciati.

Inoltre, sul piano della terapia, se si riuscisse a fare luce sui meccanismi alla base del miglioramento stagionale estivo, questi risultati aprirebbero prospettive inedite su nuove vie di trattamento per la malattia di Alzheimer.

Il principale difetto di questo primo progetto di ricerca è il fatto che non abbia effettuato un follow up dei campioni esaminati: ogni individuo è stato valutato puntualmente una sola volta durante l’anno. Studi più approfonditi potranno valutare l’evoluzione periodica delle performance cognitive di ognuno.

Inoltre, i ricercatori sospettano che al di là dello schema generale, vi siano anche altri fattori che influenzano le facoltà cognitive, che sono variabili come le ore di esposizione al sole, l’attività fisica, le abitudini alimentari, l’umore, il sonno e la socializzazione. Per ora le informazioni al riguardo sono autoriportate, quindi non del tutto affidabili.

Fonti.

https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1002647

http://www.pnas.org/content/113/11/3066

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2711040?utm_source=twitter&utm_medium=social_jama&utm_term=1860017247&utm_content=followers-article_engagement-illustration_medical&utm_campaign=article_alert&linkId=58938711