Tempo di influenza: ricoverare il meno possibile

 di Mario Nejrotti

In un articolo pubblicato su  New England Journal a Novembre le infezioni nosocomiali mostrerebbero un andamento decrescente nel raffronto tra l’osservazione del 2011 e quella del 2015, ultima effettuata dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi.

Il tasso di infezioni ospedaliere cala dal 4% del 2011 al 3,2% del 2015. Tradotta in valore assoluto significa che 633.300 pazienti hanno manifestato 687.200 infezioni correlate a trattamenti sanitari in ambito di ricovero. Nei cinque anni, hanno spiegato i ricercatori del DCD che hanno pubblicato i dati, il rischio di ammalare in ambito ospedaliero è sceso del 16%. I dati più interessanti sono legati alla chirurgia sia profonda che superficiale e all’urologia, con una significativa riduzione, dovuta al minore ricorso alla cateterizzazione. Per quanto riguarda le polmoniti, le infezioni gastrointestinali e le sepsi, pur essendosi rilevata una riduzione, i tassi non sono significativi. Inoltre, confrontando gli ospedali che hanno risposto sia nel 2011 che nel 2015, il rischio aggiustato di contrarre infezioni si sarebbe ridotto del 22% complessivamente.

Una nuova rilevazione è  prevista negli USA per il 2020 sempre da parte dei CDC.

Anche in Italia il problema è presente e grave. Se ne è parlato al II Congresso Waidid,   svoltosi a Milano a metà ottobre 2018.

Le risultanze del congresso sono state raccolte da AdnKronos .

Nel nostro Paese sono 700.000 all’anno le infezioni ospedaliere che vengono contratte, su 9.000.000 di ricoveri. L’1% di queste è letale. Nel 30% dei casi le infezioni sarebbero evitabili, in pratica oltre 200.000 casi.

Dal 5% all’8% dei pazienti che vengono ricoverati si ammaleranno di un’infezione ospedaliera.

Le localizzazioni sono analoghe a quelle riscontrate dai CDC: infezioni urinarie, chirurgiche, seguite da polmoniti e sepsi.

Le due cause principali sono gli carenze di decontaminazione e la resistenza antibiotica.

Dai dati riportati al congresso oltre il 50% delle prescrizioni antibiotiche sono superflue. Il caso più eclatante di uso improprio di antibiotici risulta essere l’infezione influenzale. Sottolinea l’argomento, ricordando l’importanza del vaccino, la professoressa Susanna Esposito, presidente Waidid e ordinario di pediatria all’università degli Studi di Perugia: “Il vaccino anti-influenzale potrebbe prevenire gran parte dei casi di influenza, limitando non poco l’eventualità di un ricovero ospedaliero per quei soggetti a rischio di complicanze. I bambini fino ai 5 anni di età, gli anziani sopra i 64 anni e i malati cronici di tutte le età, infatti, sono a rischio di contrarre forme di influenza particolarmente gravi che richiedono il ricovero ospedaliero. Ogni anno le complicanze dell’epidemia influenzale comportano l’utilizzo di una rilevante quantità di antibiotici, non sempre necessaria e spesso dannosa”

L’Italia è in una posizione critica rispetto alla resistenza antibiotica, anche se la responsabilità  non è soltanto prescrittiva, ma anche legata all’allevamento animale e all’agricoltura, come sottolinea spesso la  Commissione Europea.

Le specie di microrganismi più spesso responsabili di infezioni ospedaliere gravi e potenzialmente fatali sono oggi i bacilli Gram negativi. Nel nostro Paese la percentuale di Escherichia coli resistenti alle cefalosporine è del 30%. Ancora più preoccupante Klebsiella pneumoniae, con quasi il 60% di ceppi resistenti alle cefalosporine di terza generazione ed il 30% di ceppi resistenti ai carbapenemi. Allarmante infine Acinetobacter baumanii, la cui percentuale di resistenza combinata ad aminoglicosidi, fluorochinoloni e carbapenemi supera il 50%.

Come si è sottolineato a Milano, occorre prodigarsi su diversi fronti: organizzativo, procedurale e formativo. Non bisogna dimenticare lo stretto controllo che va fatto in campo alimentare per la somministrazione occulta alla popolazione di antibiotici con fatale selezione di batteri resistenti, che poi si possono concentrare in particolari situazioni come appunto l’ambiente ospedaliero.