Come gli ospedali possono gestire la crisi di mortalità materna

Avere un bambino negli Stati Uniti può essere pericoloso. Rispetto a un qualsiasi Paese industrializzato, le donne americane hanno un rischio di mortalità molto più elevato sia in gravidanza che per complicazioni durante il parto, senza contare che le percentuali negli ultimi anni sono addirittura aumentate.

Secondo gli autori di un recente articolo sul New England Journal of Medicine, molto potrebbe essere fatto se gli ospedali adottassero diversi standard nella cura delle donne al momento del parto, ad esempio migliorando la gestione di tre comuni complicazioni: forte emorragia dopo il parto, conosciuta anche come emorragia post partum, problemi correlati all’aumento della pressione, e insorgenza di coaguli del sangue prima o durante il parto.

Se gli ospedali monitorassero ogni paziente per queste tre problematiche, e le trattassero tramite protocolli supportati dalla ricerca, gli ostetrici potrebbero combattere l’alto tasso di mortalità materna, che loro stessi ritengono una “tragedia nazionale”.

NPR ha intervistato uno degli autori dell’articolo sul New England Journal of Medicine, la dottoressa Kimberlee McKay, insegnante di Ostetricia e Ginecologia all’Università del South Dakota.

Lei ha avuto modo di lavorare in ospedali piccoli, dotati di scarse risorse. Ma come è possibile che anche ospedali più grandi e ben organizzati possano non essere preparati per le comuni complicanze durante il parto?

L’incapacità di diagnosticare un problema è un punto centrale non solo in ostetricia, ma nella medicina in generale. Quello su cui abbiamo lavorato duramente è proprio questo, tramite esercitazioni e team educativi, tanto da portare gli amministratori delle strutture ospedaliere e dire “Ok, concediamo al nostro staff di impiegare così il loro tempo. Li paghiamo per partecipare ai vostri corsi.”

Come è possibile che un medico o una ostetrica non riconoscano un problema comune come l’emorragia post partum?

In passato non si diagnosticava un’emorragia post partum finché non era già un’emorragia post partum. In pratica si lasciava continuare la perdita di sangue, sperando che rallentasse.

Oggi non aspettiamo, appena ci si rende conto che la perdita di sangue è massiccia, la cosa da fare è cercare immediatamente di frenarla. C’è un controllo più serrato dei parametri vitali, e possiamo chiedere sangue alle banche del sangue.

E per quanto riguarda la pressione troppo alta durante il parto? Come può un’ostetrica non accorgersene?

Durante il parto si tende a pensare che il rilevamento della pressione non sia preciso, a causa del fatto che la paziente sta spingendo. Semplicemente, è un momento estremamente delicato in termini di sicurezza per la salute del bambino: nella concitazione, i valori della pressione sanguigna possono passare in secondo piano.

Quali cambiamenti potrebbero migliorare la situazione?

Quando si nota un cambiamento nelle condizioni del paziente andrebbe comunicato all’intero team, per poter predisporre un piano a cui tutti poi devono attenersi. Può sembrare che si tratti solo di dire “Beh, perché non hai fatto questa cosa in questo modo?”. Ma nella pratica, la medicina è molto più complicata.

Cosa impedisce al team di un reparto maternità di comunicare al meglio?

Oggi abbiamo un’infermiera che registra quanto accade in sala parto minuto per minuto, un’infermiera che si occupa del bambino, uno strumentista, un medico, uno specializzando. Tutti interagiscono sia con gli strumenti tecnologici che con il paziente. Se non ci si ferma un momento per parlare di un cambiamento nelle condizioni del paziente, in tutto quel caos, quel dato si perde. Oggi nella pratica medica c’è troppa confusione.

Perché le strutture sanitarie non fanno di più in questo campo?

Non si tratta solo della volontà del team di fare un lavoro migliore, di assicurare cure migliori. Serve anche che le amministrazioni investano in questo settore, cosa che richiede tempo, denaro, e un enorme impegno. Bisogna solo stringere i denti e farlo.


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