Il rischio nei titoli di giornale: relativo o assoluto?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Per un uomo, concepire un figlio tra i 45 e i 54 anni di età aumenta del 18% le probabilità che questo sia epilettico. Una statistica che, poiché sempre più uomini fanno figli in età avanzata, è alquanto allarmante. Tuttavia, l’allarme è dovuto principalmente al modo in cui viene riportato il dato, e cioè come aumento del rischio relativo. Infatti, basta presentare il dato in termini assoluti per ridimensionare immediatamente l’impatto della ricerca: la probabilità di concepire un figlio epilettico è dello 0,24% all’età di 30 anni e dello 0,28% all’età di 50 (1). “Un incremento del 18% sembra scioccante”, ha commentato Jennifer Rogers, esperta di statistica della Oxford University. “Ma di fatto si parla di 4 persone ogni 100.000”. La scelta di riportare un dato in termini di rischio relativo piuttosto che assoluto può quindi avere un impatto molto importante sulla percezione di un risultato. Ne ha parlato, in un articolo pubblicato di recente sulla rivista New Scientist, il giornalista Tom Chivers (2).

Ma qual è quindi la differenza tre le due misure? La prima, il rischio relativo, rappresenta il rapporto tra la probabilità che un soggetto appartenente a un gruppo esposto a una determinata variabile sviluppi una malattia rispetto alla probabilità che caratterizza un gruppo non esposto alla variabile. La seconda è invece la stima assoluta della differenza di rischio tra una popolazione clinica e una di riferimento. “Il rischio relativo – ha spiegato David Spiegelhalter, docente dell’University of Cambridge -, va bene per le inferenze scientifiche”. In altre parole, se lo si utilizza per stabilire relazioni tra due variabili ha un senso mentre se lo si utilizza per informare le decisioni mediche diventa totalmente inutile.  “È la misura sbagliata – ha aggiunto Spiegelhalter –, non puoi decidere l’azione più appropriata senza considerare il rischio assoluto”. 

Capita spesso, tuttavia, che i giornalisti – o persino le riviste scientifiche di settore – decidano di riportare un dato in termini relativi solo per renderlo più interessante. Ad esempio, Chivers riporta il caso di una puntata della trasmissione Radio 4Today della BBC durante la quale si diceva che uno studio aveva recentemente messo in evidenza un aumento del 100% del rischio di sviluppare un tumore al seno per le donne che hanno l’abitudine di andare a letto tardi (3). Tuttavia, guardando il dato in termini assoluti è poi emerso che tra queste la probabilità era del 2%, mentre nel gruppo di quelle che andavano a letto presto era dell’1%.  In modo simile (andando per altro a violare le sue stesse linee guida editoriali) si era comportata anche la rivista medica Lancet, quando ad agosto aveva pubblicato una metanalisi sugli effetti  dell’alcol sulla salute riportando i dati in termini esclusivamente relativi (4).

Nel caso specifico, poi, l’ufficio stampa del Lancet aveva recuperato i dati riguardanti le stime assolute del rischio e li aveva inseriti nel comunicato stampa dedicato. Tuttavia, scrive Chivers, se sono gli stessi ricercatori a nascondere questo tipo di risultati, non ci si può aspettare che i giornalisti ne riportino di diversi.  Se uno studio o un articolo contiene raccomandazioni su una possibile scelta clinica o di politica sanitaria, allora sia chi realizza la ricerca sia chi la racconta dovrebbe insistere affinché i dati siano riportati in termini assoluti. “È così fastidioso che non lo facciano”, ha sottolineato Spiegelhalter. “Sappiamo sia dalla ricerca che dall’esperienza che quello del rischio assoluto è un modo molto chiaro per comunicare un dato scientifico”.

“Probabilmente alcune volte non viene fatto perché, riportati in questi termini, gli effetti non sembrano così rilevanti”. Già, perché un aumento del rischio del 18% è sicuramente più intrigante – in un’ottica giornalistica – rispetto a un misero aumento di 4 individui ogni 100.000. Non bisogna però dimenticarsi che messaggi di questo tipo, specie per quanto riguarda l’ambito della salute, possono avere delle conseguenze anche gravi. Forse, come suggerisce  Chivers, dovendo scegliere tra salienza e informatività di una notizia sarebbe opportuno optare per la seconda.

 

 

Bibliografia

  1. Khandwala YS, Baker VL, Shaw GM, et al. Association of paternal age with perinatal outcomes between 2007 and 2016 in the United States: population based cohort study. BMJ 2018; 363: k4372.
  2. Chivers T. Double the risk of death! The problem with headline health statistics. New Scientist, 9 novembre 2018.
  3. Gallagher J. ‘Morning people’ have lower breast cancer risk. BBC, 6 novembre 2018.
  4. GBD 2016 Alcohol Collaborators. Alcohol use and burden for 195 countries and territories, 1990–2016: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2016. The Lancet 2018; 392: 1015-35.