In che modo medici e infermieri riescono a gestire il prezzo in vite umane della violenza armata

L’uso violento di armi da fuoco è ormai parte della vita quotidiana in America, così come del lavoro di medici, infermieri e personale di primo soccorso.

Dopo che la National Rifle Association (organizzazione che agisce in favore dei detentori di armi da fuoco negli Stati Uniti d’America ndr) ha ammonito i medici di “starsene al loro posto” – in risposta al documento di sintesi in cui l’American College of Physicians affrontava il problema delle vittime di armi da fuoco – la reazione  si è fatta sentire. Molti operatori del settore hanno condiviso storie strazianti su cosa significhi prendersi cura di questi pazienti.

In che modo medici e infermieri riescono a gestire il prezzo in vite umane della violenza armata, che regolarmente si trovano ad affrontare? In che modo vengono toccati da questi traumi?

Il chirurgo traumatologo Stephanie Bonne stima che lei e i suoi colleghi allo University Hospital di Newark, New Jersey, in un anno vedano circa mille pazienti vittime di ferite da armi da fuoco o coltelli.

Spesso, dopo aver operato uno di questi pazienti, i loro abiti sono coperti da sangue. Stephanie ha imparato a tenere a portata di mano un’uniforme pulita, per non doversi presentare coperta di sangue a comunicare a una madre la morte del figlio.

Ha imparato anche ad assicurarsi che i familiari dei pazienti siano seduti, quando va a comunicargli una brutta notizia. E chiede a un cappellano di accompagnarla.

Ma questi episodi hanno un peso anche per la salute mentale di Stephanie e dei suoi colleghi. “I medici sono esseri umani, soffriamo anche noi in quei momenti. Non possiamo semplicemente passare oltre.”

Alcuni studi stanno cercando di capire in che modo l’esposizione a questi traumi influenzi il personale sanitario, e in che modo possano ottenere l’assistenza psicologica di cui potrebbero aver bisogno.

Kristen Choi, ricercatrice all’Università della California, sta conducendo uno studio sul benessere psicologico del personale sanitario coinvolto nell’assistenza alle vittime di dodici diversi episodi di violenza di massa. Lo studio include colloqui con medici e infermieri sul modo in cui gestiscono il ricordo di queste esperienze.

Lo studio è ancora agli inizi, ma i risultati saranno molto importanti perché si tratta di un campo che finora non è stato analizzato a fondo, e che sembra avere più importanza che mai.

I ricercatori definiscono le conseguenze psicologiche legate all’assistenza alle vittime “stress traumatico secondario”. Secondo Choi può essere accostato al disordine post-traumatico da stress: incubi, flashback, e quelli che lei definisce “distorsioni da trauma”, ovvero l’innesco, da parte di eventi del tutto normali, di pensieri violenti.

Visti i pochi studi a disposizione, non è facile capire cosa potrebbe essere d’aiuto in questi casi, ma secondo Choi bisogna innanzitutto far partire un cambiamento culturale che dia modo al personale medico di esprimere questi problemi sul posto di lavoro, ed essere ascoltati.

Ad esempio, un debriefing di gruppo, dopo casi difficili, può essere d’aiuto, come anche l’ampliamento dell’accesso ad assistenza psicologica a basso costo.

Chi lavora nel settore dice però che spesso le strutture sanitarie non investono abbastanza nella salute psicologica dei loro impiegati. Senza modi efficaci di gestire ciò che hanno vissuto, la risposta di queste persone può essere sbagliata, e magari sfociare in alcol e droghe.

Molti di quelli che sono in prima linea spesso tendono a curarsi da soli. Marissa Boeck, chirurgo traumatologico all’Università della California, racconta che molto di quello che fa per il suo benessere mentale avviene fuori dal lavoro: esercizi, meditazione, tempo dedicato alla famiglia e agli amici.

Ma anche così, quello che affronta ha un grosso impatto su di lei. “Una volta che hai toccato qualcuno, ti senti responsabile per quella persona. Te lo porti dentro, e non penso che sia una cosa possibile da cancellare”.

“Si fa un gran parlare della salute dei medici – aggiunge Bonne – ma nessuno parla mai del fatto che diminuire le cose orribili che vediamo aiuterebbe i medici a stare meglio. Probabilmente sarei un medico più paziente, più compassionevole, un medico migliore se dovessi affrontare solo incidenti automobilistici.”


Fonte