La disinformazione sanitaria corre… in rete

di Luca Mario Nejrotti

La comunicazione virtuale attraverso internet è una presenza capillare nella nostra società, in cui informazione e disinformazione si intrecciano in combinazioni sempre più difficili da districare, fake news, troll, incompetenza si perdono in un flusso inarginabile di dati.

Ne uccide più la penna.

Si tratta di un problema annoso, che ha già trovato spazio su queste pagine (vedi, vedi e vedi), ripreso da un recente articolo su Informazione e marketing, economia e politica s’intrecciano nei dibattiti online sulle sigarette elettroniche, sull’alcol, sulle terapie alternative e su quelle tradizionali.

A volte con conseguenze pesanti sul piano sanitario per esempio, le voci dei social media che circolavano durante l’epidemia di Ebola nel 2014 hanno creato ostilità nei confronti degli operatori sanitari, ponendo ostacoli agli sforzi per controllare l’epidemia.

Un altro esempio sono i post di social media no vax, sempre diffusi, che possono contribuire alla riduzione dei tassi di vaccinazione e all’aumento delle malattie prevenibili.

Tra eco e silos.

I social media sono progettati per adattarsi ai gusti e alle inclinazioni degli utenti in modo da fornire contenuti sempre più “sartoriali” per gli individui. Questo fa sì che nel grande mare di informazioni presenti on line, chi si affida solo ai social media finirà per ottenere informazioni sempre più limitate a una ristretta cerchia di corrispondenti e di avere accesso a dati già ordinati per combaciare con quelli che gli algoritmi preposti ritengono essere i gusti principali (data silos).

Se quindi si frequenta un ambiente “virtuale” disinformato, alla fine si otterranno informazioni solo da lì. Le notizie false hanno maggiore facilità a diffondersi, anche grazie a queste “camere dell’eco”, le comunità chiuse, che macinano visualizzazioni, portando sempre più in alto nei motori di ricerca le informazioni fallaci.

Non è facile scappare da queste gabbie statistiche e la disinformazione trova così terreno fertile.

L’unico modo per aggirare il problema è quello di allargare la propria comunità al maggior numero possibile di punti di vista diversi.

Sanità.

Se il problema è generale, in sanità è particolarmente grave: la circolazione di informazioni relative alla salute che sono in realtà false o non supportate da prove scientifiche è una piaga contro cui i medici hanno pochi strumenti. Non esistono buone pratiche consolidate per rispondere alle false credenze o alle errate percezioni dei pazienti. Allo stesso modo, i comunicatori di sanità pubblica faticano a sapere se e come intervenire quando un argomento di salute viene indirizzato erroneamente e non hanno le conoscenze tecniche per fronteggiare ad armi pari la disinformazione on line.

Un percorso.

Un recente articolo su JAMA (vedi), propone un percorso per iniziare a combattere metodicamente la disinformazione in campo sanitario.

Si tratta di buone pratiche che integrino l’azione di esperti di medicina, sanità pubblica, scienze sociali e informatica.

In primo luogo occorrerà identificare i temi bersaglio, cioè quegli argomenti su cui la disinformazione può avere le conseguenze più gravi.

Il secondo passo consisterà nel comprendere come le notizie fallaci si diffondano e quali ne siano le motivazioni: per esempio promuovere una campagna di disinformazione per ragioni politiche, sostenere una teoria complottistica, vendere un prodotto, analizzando ugualmente i destinatari di questi contenuti, le emozioni e i bisogni che li veicolano.

Inoltre, sarebbe necessario valutare scientificamente la portata e l’influenza della disinformazione sulla salute e determinare la soglia oltre la quale è auspicabile un intervento per ridurne le conseguenze negative, oltre alla ricaduta su specifiche fasce della popolazione, magari più vulnerabili, minori, anziani, migranti, donne.

Chiarito il contesto, sarà poi necessario studiare e collaudare le strategie atte a combattere efficacemente la disinformazione sanitaria.

In che modo i medici e gli esperti di comunicazione possono creare e rafforzare la fiducia del pubblico in informazioni sanitarie basate su dati scientifici? Come possono essere create collaborazioni tra medici, influencer di social media e leader del settore? Al pubblico può essere fornita un’alfabetizzazione sanitaria di base per aiutarlo a discernere i fatti da opinioni e falsità?

L’articolo sottolinea l’importanza di un approccio ad ampio spettro rispetto ai tentativi di smascherare o correggere singoli pezzi di disinformazione sui social media.

Sul territorio è inoltre necessario un supporto concreto per i medici che devono interagire con i pazienti che sono stati esposti o che hanno domande sulla disinformazione sanitaria dai social media. Comprendere le cause alla base della confusione, della preoccupazione e della sfiducia dei pazienti potrebbe aiutare i medici a promuovere la comunicazione centrata sul paziente, piuttosto che respingere le preoccupazioni dei pazienti o classificarli superficialmente come scettici.

Tutto questo si inserisce e assume importanza nel contesto generale dove i gestori di social media s’impegnino a sviluppare e implementare meccanismi di verifica e convalida della credibilità delle informazioni sulle loro piattaforme. La disinformazione ha il potenziale per minare i progressi nel campo della medicina e dell’assistenza sanitaria e richiede un approccio proattivo per comprenderne la forza e l’impatto piuttosto che etichettarla come una moda passeggera o semplicemente sperare che la verità si automanifesti.

Fonti.

http://www.torinomedica.org/torinomedica/?p=16397

http://www.torinomedica.org/torinomedica/?p=15258

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2715795?utm_source=twitter&utm_campaign=content-shareicons&utm_content=article_engagement&utm_medium=social&utm_term=111418#.W-yn8fUc978.twitter