Riflettori sul diabete: dai numeri alle azioni

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Sono 422 milioni le persone che in tutto il mondo soffrono di diabete: un adulto su 11. E 16 milioni sono le morti legate a questa malattia ogni anno. Ma soprattutto, un adulto diabetico su due non sa di esserlo. In Italia si stima che siano 3,2 milioni i diabetici, pari al 5,3% della popolazione. Come se non bastasse, l’incidenza della malattia è in crescita, specialmente nei paesi a reddito medio-basso. In Africa Subsahariana per esempio è diabetico il 22% nella popolazione adulta e il 30% dei 55-65enni. Anche in Europa le cose non vanno affatto bene. Le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità parlano di 60 milioni di diabetici nella regione europea, il 10,3% degli uomini e il 9,6% delle donne con più di 25 anni, e si prevede un raddoppio della prevalenza dal 2005 al 2030. In questi giorni Diabetes UK (1) ha rilasciato i nuovi dati riguardanti il Regno Unito: quattro milioni di adulti (il 6% della popolazione) sono diabetici, e se le cose non cambiano si arriverà a circa cinque milioni di malati entro il 2025. In Inghilterra e Galles quasi 7000 minorenni hanno già il diabete di tipo 2. In concomitanza con questi dati l’ultimo numero di BMJ ha dedicato una sezione apposita di articoli dedicati al diabete.

Con tali numeri il diabete in una forma o nell’altra costituisce ormai una parte sostanziale delle visite giornaliere di ogni medico di base – sottolinea nell’editoriale di presentazione Fiona Godlee (2), direttrice della rivista – ma al tempo stesso il diabete è una malattia dove spesso l’aderenza terapeutica non è delle migliori. Il problema è anche dovuto a un approccio comunicativo inefficace da parte del medico. Judith Hendley, paziente e attivista, fa notare (3) per esempio che sentirsi chiamare “diabetico” è controproducente: la parola diabetico perché è una sorta di etichetta che riduce “la persona ad essere qualcuno con il diabete e nient’altro”. Hendley suggerisce inoltre di evitare domande come “si è controllato?”, cioè sui comportamenti e su quanto “bravo” il paziente è stato. Meglio porre domande aperte che non giudicano o fanno supposizioni, per esempio: “ha qualche difficoltà a gestire i suoi livelli di glicemia nel sangue?” oppure “cosa è più importante per lei in questo momento?” Queste variazioni linguistiche possono sembrare banali ma, al contrario, possono fare una grande differenza su come le persone di fronte vedono se stesse, la propria condizione e il rapporto con il medico.

 Cruciale poi per la corretta gestione della malattia è la questione della dieta. Circa l’80% dei nuovi casi di diabete di tipo 2 riguarda persone in sovrappeso oppure obese. Alti livelli di carboidrati raffinati e grassi saturi e poca frutta e verdura contribuiscono alla crescita di peso, aumentando così il rischio di diabete. Così come l’inattività fisica: diversi studi hanno dimostrato che solo mezz’ora di esercizio fisico moderato al giorno, per cinque giorni alla settimana, è sufficiente per promuovere una buona salute e ridurre la possibilità di sviluppare il diabete di tipo 2. Tuttavia, anche una dieta apparentemente sana può nascondere delle insidie per tenere sotto controllo la glicemia. Una revisione sistematica pubblicata su The BMJ ha esaminato specificamente l’effetto del fruttosio sul controllo glicemico, concludendo che ciò dipende dalla fonte di fruttosio e dalla quantità di energia extra che fornisce. Le bevande zuccherate e alcuni altri alimenti, che aggiungono in eccesso energia “povera di nutrienti”, hanno più probabilità di influenzare negativamente il controllo glicemico. 

La perdita di peso è essenziale per la gestione del diabete e può portare alla remissione, ma non sempre è facile mantenere il peso forma una volta raggiunto. Un’altra ricerca pubblicata sempre da The BMJ ha scoperto che il dispendio energetico è più alto quando le persone seguono una dieta povera di carboidrati durante il mantenimento della perdita di peso. Chi segue una dieta ricca di carboidrati mostra concentrazioni più elevate di grelina, un ormone che si ritiene riduca il dispendio energetico (5).

Un ultimo aspetto interessante emerso dalla ricognizione della rivista britannica riguarda la correlazione fra il rischio di diabete di tipo 2 e il lavoro notturno (6), esaminata a partire dei dati dei noti Nurses’ Health Studies sui fattori di rischio delle principali malattie croniche nelle donne che hanno monitorato per oltre vent’anni più di duecentomila donne senza diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari o cancro. Ne è emerso che i turni di lavoro notturno e anche lo stile di vita malsano insieme al fumo di sigaretta e a una scarsa attività fisica erano associati a un più alto rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e il rischio era più alto se si combinavano entrambi i due fattori: turni notturni e vita malsana.

“In definitiva – conclude l’editoriale di Godlee – il carico di malattia del diabete è insostenibile. Mentre i pazienti e gli operatori sanitari gestiscono il problema meglio che possono, le soluzioni reali e urgenti spettano ai nostri governi” (2).

Bibliografia

1. Iacobucci G. Type 2 diabetes affects 7000 young people in England and Wales, analysis shows. BMJ 2018; 363: k4929
2. Godlee F. The growing problem of diabetes. BMJ 2018; 363: k4921.
3. Hendley J. Are you well controlled? BMJ 2018; 363: k3119.
4. Choo VL, Viguiliouk E, Blanco Mejia S, et al. Food sources of fructose-containing sugars and glycaemic control: systematic review and meta-analysis of controlled intervention studies. BMJ 2018; 363: k4644.
5. Ebbeling CB, Feldman HA, Klein GL, et al. Effects of a low carbohydrate diet on energy expenditure during weight loss maintenance: randomized trial. BMJ 2018; 363: k4583.
6. Shan Z, Li Y, Zong G, et al. Rotating night shift work and adherence to unhealthy lifestyle in predicting risk of type 2 diabetes: results from two large US cohorts of female nurses. BMJ 2018; 363: k4641.