Ancora carne. Consumo intensivo: non è solo una questione di salute

di Mario Nejrotti

Da Caino e Abele, alla storia in varie epoche, a Hollywood, con centinaia di film, la lotta tra allevatori e contadini per il controllo del territorio è stata aspra e senza quartiere.

Per centinaia di anni i grandi allevatori del nuovo mondo e dell’America Latina hanno avuto la supremazia e hanno continuato a sfruttare indisturbati immense estensioni di territorio, sostenuti dal consumo spensierato di tutti i tipi di carni che le popolazioni, seguendo il loro progresso economico, mangiavano, anche come status symbol.

Da alcuni decenni la voce della medicina preventiva si è levata per indicare il rischio cardiovascolare prima e quello cancerogeno poi, specie per le carni rosse, grasse e lavorate.

Da queste pagine, anche recentemente, abbiamo riportato l’opinione di medici, dietologi e di esperti di politica sanitaria (vedi) che mettono in guardia sull’eccessivo consumo di carni e su come i governi cerchino di arginare il problema.

Ora la rivista The Lancet si schiera a favore di un limite nei confronti della produzione di carne soprattutto dal punto di vista ambientale (The Lancet).

L’editoriale sostiene che non si può più fare a meno di parlare della carne.

È cultura recente che i governi dei Paesi più sviluppati abbiano incominciato ad organizzarsi per fornire indicazioni su diete più sane per i cittadini. Il massimo sforzo però si è concentrato sulle politiche che scoraggiano l’uso di grassi e carboidrati, oltre naturalmente ad alcol e tabacco.

Inoltre la sostenibilità ambientale delle politiche di promozione agricola, contro quelle che promuovono l’allevamento, non è stata affrontata in modo organico, relegata ad ambienti ecologisti e ideologici.

Ma secondo The Lancet la resa dei conti di un consumo intensivo  di proteine della carne è imminente.

Non si tratta solo di una produzione di gas serra, legata agli allevamenti, ma l’orizzonte dei guasti ambientali è molto più ampio e coinvolge l’uso di acqua per la produzione dalla nascita dell’animale alla tavola del consumatore, il cambiamento del suolo, legato al suo sfruttamento intensivo, l’acidificazione degli oceani.

In un recente articolo  Science sostiene che la carne a minor impatto ambientale è molto più pesante sull’ecosistema delle coltivazioni più intensive e di maggior consumo di risorse (acqua e energia). L’aumento di popolazione globale di un terzo prevista tra il 2015 e il 2050, se permarranno le attuali tendenza alimentari, ci porterà oltre il punto di rottura, senza gravi conseguenze.

Altri importanti campi di discussione riguardano che cosa si potrà ottenere con una tassazione selettiva delle carni ( articolo comparso su PLoS One paper ) con campagne di informazione che portino a conoscere che il 4,4% di tutte le morti sono legate al consumo di carni rosse o processate e che esse sono fortemente collegate ai processi di cancerogenesi, come sostenuto dall’ Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, sempre su The Lancet (vedi) .

L’editoriale sostiene ancora che la domanda su che cosa si dovrebbe fare è molto più semplice di quella su che cosa si potrebbe fare.

Il problema è culturale e i cittadini autonomamente dovrebbero incominciare a ridurre il consumo di carni prodotte intensivamente. Questo perché tasse o azioni singole dei governi rischierebbero di innescare processi di  diseguaglianza sociale basata sul reddito o sulla cultura. E questo non porterebbe che ad aumentare l’ingiustizia sociale.

Prosegue l’articolo ricordando che i dati dicono che la riduzione del consumo della carne avviene soprattutto in quelle aree che hanno una spiccata preoccupazione per la salute, ma che una tale riduzione, avulsa da un contesto generale, può causare fenomeni recessivi.

Solo una discussione più generale, che preveda politiche di riconversione dell’industria della carne e di sostegno all’agricoltura e un lento cambiamento delle abitudini, può sul lungo periodo avere successo. I mutamenti culturali sono per definizione lenti e le soluzioni per ottenere una riduzione del consumo carneo devono essere molto condivise, perché, se pure il consumo della carne è presente in tutti gli Stati, il suo significato culturale è molto diverso da un popolo all’altro.