Una canzone per ricordare. La musica come trattamento non farmacologico dei pazienti con Alzheimer

“Dove mi trovo… Non ricordo più la strada per tornare a casa. Chi sono queste persone e cosa vogliono da me?” Sembrano domande all’apparenza semplici per chiunque ma di estrema difficoltà per le persone affette da demenza. La malattia di Alzheimer rappresenta una delle forme più comuni di demenza ed è stata descritta per la prima volta più di cento anni fa (1).

L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa progressiva in cui il declino cognitivo peggiora in modo graduale nel corso del tempo, e corrisponde al 60-80% del numero complessivo dei casi di demenza (2). Nel corso della malattia, le cellule nervose muoiono in particolari zone cerebrali, inducendo un restringimento del cervello con lo sviluppo di lacune nel lobo temporale e nell’ippocampo, le aree del cervello responsabili della memorizzazione e del recupero di nuove informazioni (3). L’indebolimento della memoria a breve termine, infatti, è uno dei primi sintomi, e si accompagna progressivamente a perdita di memoria a lungo termine, confusione, disturbi del linguaggio e del ciclo sonno-veglia, sbalzi d’umore, perdita delle funzioni corporee, che ha come esito finale la morte (4).

Il trattamento farmacologico di questa patologia si basa sulla somministrazione di farmaci inibitori della acetilcolinesterasi (donepezil, galantamina, rivastigmina) che, tuttavia, permettono il controllo dei sintomi neuropsichiatrici solo se somministrati in dosi elevate e, in alcuni casi, è stata riscontrata la loro inefficacia (5). Accanto a questo tipo di trattamento, molti studi hanno investigato sull’utilità della terapia non farmacologica per il miglioramento del comportamento e della funzione cognitiva. In questo contesto, la musicoterapia prevede l’utilizzo della musica per incrementare la comunicazione, l’apprendimento, la mobilità e altre funzioni fisiche e mentali dei pazienti con Alzheimer (6). Questa tipologia terapeutica può essere svolta mediante tecniche attive, che implicano un’interazione diretta con il paziente oppure attraverso tecniche ricettive, in cui si ha un minor grado di coinvolgimento. Queste terapie possono essere disegnate in modo specifico su un singolo paziente e possono essere portate a termine individualmente oppure in gruppo.

Ne è un esempio “SonoraMente”, format di musicoterapia e canto corale ideato da Marta Vinci, presidente della Walter Vinci Onlus, e Marzia Colombo, composto da persone con decadimento cognitivo, in particolare Alzheimer, accompagnati da parenti e badanti e da giovani volontari. Il format italiano ha preso piede grazie all’esempio del coro valenciano “Las Voces de la Memoria”, le voci della memoria. La formazione del coro ha come fine ultimo – e molto arduo – la stimolazione della memoria altamente fragile di queste persone, in modo che il canto possa sollecitare sia la sfera cognitiva che quella emotiva. La musica sembra essere uno stimolo piacevole, soprattutto quando rispecchia le proprie preferenze, probabilmente perché la melodia familiare viene associata a emozioni o, forse, anche a ricordi. Si ipotizza, inoltre, secondo la letteratura, che la musica e la pratica canora abbiano un effetto positivo sulla codifica dell’informazione verbale sia nei soggetti anziani sani che negli individui con malattia di Alzheimer (7), delineando un effetto positivo sulla loro capacità comunicativa.

L’esperienza di “SonoraMente”, come quella svoltasi in Spagna, dà la possibilità a queste persone di trascorrere momenti di felicità e spensieratezza, dando l’opportunità di allontanare, anche solo per un momento, il senso di confusione e smarrimento che vivono quotidianamente. La positività che questo tipo di eventi può suscitare giova non solo ai malati ma anche ai loro caregivers (parenti e badanti), considerato quanto può essere difficoltosa la gestione abituale di soggetti con diversi gradi di demenza.

Tuttavia, sono necessari ulteriori studi di controllo per supportare l’utilizzo di questa tecnica ed è di fondamentale importanza un’attenta interpretazione dei risultati specialmente in base al livello di demenza in cui vertono i pazienti.

  1. Alzheimer, A. Uber eine eigenartige Erkrankung der Hirnrinde. Allgemeine Zeitschrift fur Psychiatrie und Psychisch-gerichtliche , 1907, 64, 146-148
  2. Plassman, B.L.; Langa, K.M.; Fisher, G.G., et al. Prevalence of dementia in the United States: the aging, demographics, and memory study. Neuroepidemiology, 2007, 29, 125-132
  3. https://www.alz.co.uk/info/alzheimers-disease
  4. Waldemar, G.; Dubois, B.; Emre, M., Georges, J., McKeith, I.G.,Rossor, M., Scheltens, P., Tariska, P., Winblad, B.; EFNS.Recommendations for the diagnosis and management of Alzheimer’s disease and other disorders associated with dementia: EFNS guideline. J. Neurol., 2007, 14, 1-26
  5. Tan CC, Yu JT, Wang HF, Tan MS, Meng XF, Wang C, et al. Efficacy and safety of donepezil, galantamine, rivastigmine and memantine for the treatment of Alzheimer’s disease: a systematic review and meat-analysis. J Alzheimer Dis. , 2014;41:615—31
  6. Gallego, M. G. and García, J. G. Music therapy and Alzheimers disease: Cognitive, psychological, and behavioural effects. Neurología (English Edition) 2017;32, 300–308.
  7. Simmons-Stern NR, Budson AE, Ally BA. Music as a memory enhancer in patients with Alzheimer’s disease. 2010;48:3164—7