Negli ipertesi meglio mirare più in basso

di Mario Nejrotti

Sembra inarrestabile la corsa al ribasso dei valori di normalità di colesterolo e pressione arteriosa. In una società complessa come quella occidentale e nel turbinoso crescere dei consumi nei paesi emergenti è molto difficile passare messaggi alla moderazione alimentare e alla scelta consapevole di cibi sani, poveri di grassi animali e non elaborati. Quindi, le quantità introdotte sono generalmente eccessive per il fabbisogno calorico, qualitativamente sbilanciate e manipolate dall’industria alimentare. Inoltre l’attività fisica, al di fuori di lavori manuali che la contemplano, è sempre più trascurata.

Per combattere gli effetti globali di queste scelte quasi obbligate dalle politiche industriali di paesi progrediti e emergenti, alla medicina non resta che intervenire, quando le patologie sono già evidenti e si manifestano in danni vascolari diffusi legati al diabete di tipo 2, all’ipercolesterolemia e alla ipertensione arteriosa.

Nei pazienti con diagnosi di ipertensione  arteriosa e già colpiti da un episodio cardiovascolare al medico non resta che intensificare il regime terapeutico alla ricerca di un obiettivo che può divenire irrealistico nella pratica quotidiana.

È quindi interessante l’articolo comparso su  Prescrire.org nella rubrica Article en Une  che raccomanda  il livello pressorio ottimale da raggiungere con terapia farmacologica  in soggetti ipertesi che abbiano o no riferito una storia di danno cardiovascolare.

Gli adulti, in cui sia stata rilevata ripetutamente una pressione arteriosa superiore al 160/90 o 160/100, riescono a ridurre il loro rischio di episodi cardiovascolari e di mortalità con diversi farmaci ipotensivi.

Il targhet che deve essere raggiunto è poco inferiore al 140/90. Una revisione del Cochrane Network aggiornata al 2017, ha confrontato lavori randomizzati che riguardavano oltre 10.000 soggetti ipertesi con storia di disturbi cardiovascolari. Due erano i regimi: uno più rigoroso che aveva come obiettivo valori pressori inferiori a 135/85 e un altro meno aggressivo che poneva il limite a 140/90 o di poco inferiore. In termini di mortalità globale, alla meta analisi dei lavori non si sono riscontrati benefici maggiori con un approccio più aggressivo.

L’articolo riferisce anche di un altro studio epidemiologico su circa 20.000 pazienti coronarici che ha confrontato la frequenza degli eventi cardiovascolari legati ai livelli pressori. Una pressione sanguigna nell’intervallo 130-139/70-79 mm Hg è stata associata ad un rischio minore di eventi cardiovascolari rispetto ai valori superiori o inferiori.

Per la redazione di Prescrire questi dati dimostrerebbero che per i pazienti ipertesi con e senza precedenti cardiovascolari il targhet ottimale della pressione arteriosa da ottenere per una prevenzione efficace è proprio 140/90 o di poco inferiore.

Una strategia più aggressiva, viene affermato in conclusione, espone i pazienti molto di più agli effetti collaterali e indesiderati dei farmaci ipotensivi, senza un beneficio aggiuntivo dimostrato.