Dentista condannato: non aveva le “prove” dell’istruzione all’igiene orale!

di Patrizia Biancucci

In data 24/10/2018 su un giornale online viene pubblicato un articolo che riporta la sentenza della Corte di Appello de L’Aquila, che ha confermato la condanna nei confronti di un dentista “per omessa informazione delle prescrizioni di igiene orale con conseguente riconoscimento del diritto della paziente al risarcimento del danno patrimoniale, rappresentato dalle spese necessarie per nuove cure e per l’istallazione di una nuova protesi”. I Giudici non hanno ritenuto sufficienti le dichiarazioni del clinico che affermava di aver informato la paziente sulle pratiche da adottare, in quanto non ha saputo documentare di averlo fatto. Da quanto emerso dalla sentenza, alla paziente erano state effettuate cure endodontiche, parodontali ed estrazioni giungendo all’applicazione di dispositivi protesici. Dopo un certo periodo sono insorti  problemi a carico della riabilitazione protesica che hanno indotto la paziente a denunciare il dentista che viene condannato al risarcimento del danno patrimoniale oltre le spese. Contro la sentenza il dentista ha proposto appello e ha dedotto l’incongruenza delle conclusioni rassegnate dal CTU nella parte in cui, da un lato ha ritenuto corretta ed adeguata la prestazione professionale, e dall’altro ha affermato il diritto della paziente al risarcimento del danno patrimoniale per difetto di informazione, ravvisando la responsabilità professionale nella mancata prescrizione, nella cartella odontoiatrica, di una osservazione scrupolosa delle corrette misure di igiene orale. La dr.ssa Monica Puttini, specialista in Odontostomatologia e specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni, commenta la sentenza che ha creato non poche perplessità nel mondo odontoiatrico.

Monica Puttini, Medico Chirurgo, specialista in Odontostomatologia e in Medicina Legale

Dr.ssa Puttini, cosa aveva sostenuto il dentista a sua discolpa?  Il dentista ha sostenuto che, fin dal primo incontro, aveva ricordato alla paziente l’importanza del rispetto di una accurata igiene orale, raccomandando l’utilizzo di presidi manuali (spazzolino e filo), meccanici (spazzolino elettrico e idropulsore orale), chimici (colluttori e gel antibiotici) e perseveranza nella loro applicazione. Aveva poi sottoposto la paziente a continue sedute di ablazione del tartaro con ultrasuoni e, solo dopo avere verificato il raggiungimento di un buon risultato di igiene, aveva formulato un piano di trattamento, accettato dalla paziente nella piena consapevolezza che le cure avrebbero avuto successo solo osservando dettagliatamente le prescrizioni impartite per una corretta igiene, da sempre trascurata. A tale scopo aveva consegnato alla paziente un modulo informativo che descriveva dettagliatamente le istruzioni relative all’utilizzo del dispositivo protesico e le modalità di pulizia dello stesso. Dopo circa 5 mesi, continua la ricostruzione del dentista, si era concluso positivamente l’iter di riabilitazione funzionale dell’apparato e, al fine di accertarsi della corretta esecuzione della prescritta igiene orale, aveva sottoposto la paziente a ripetuti controlli, riscontrando le pessime condizioni di igiene ed infine un gonfiore in corrispondenza del quarto quadrante; stante il quadro clinico, aveva deciso di approntare un nuovo intervento destinato alla rimozione degli elementi protesici inferiori con interventi e sedute protratti fino al giugno 2004, allorquando la paziente interruppe volontariamente la terapia, non presentandosi più in studio.

Quali sono state le conclusioni del CTU?  Sempre secondo la sentenza, il CTU incaricato ha ritenuto corretta e adeguata la prestazione professionale ma ha concluso affermando che l’insuccesso del trattamento odontoiatrico è “causalmente riconducibile alla mancata scrupolosa osservanza di corrette misure di igiene orale che non risultavano prescritte alla paziente nel modulo di consenso informato e di cui non vi era menzione neppure in cartella, prescrizioni che nella fattispecie erano determinanti per il conseguimento del fine terapeutico, considerata l’anamnesi della paziente ed il programma di riabilitazione protesica proposto e realizzato dal dentista”

Dal suo punto di vista il CTU è riuscito davvero a fare da ponte tra due mondi così lontani, quello medico e quello legale?  In caso di qualunque problematica insorta tra paziente e curante entrano in scena due mondi professionali distanti tra loro: il mondo legale, cioè giudici e avvocati, e il mondo medico odontoiatrico rappresentato da professionisti capaci di svolgere la professione di dentista, ma anche preparati per riuscire a dialogare con l’ambiente legale, che come sapete è decisamente distante dalla “vita legata al riunito” svolta dai medici odontoiatri. E, mentre è logico che un magistrato segua percorsi basati su parametri giurisprudenziali, risulta francamente illogico per non dire scarsamente professionale che i professionisti (medici/odontoiatri) chiamati a svolgere il ruolo di CTU non siano in grado di trasmettere al mondo legale le difficoltà che si incontrano nella reale pratica odontoiatrica su questioni sfumate come quella appena citata. Sulla base di questa sentenza non basta la correttezza della terapia odontoiatrica!

La vicenda di cui si tratta risale al 2004. Ma oggi nel 2018?  In questi ultimi 14 anni ancora troppe cose nella professione odontoiatrica sono ulteriormente cambiate diventando sempre più “pressanti” per lo specialista. Ma evidentemente non basta! Certo non si può giustificare una documentata e rilevante omissione di informazione (non corrispondente certo al caso di specie) affermando che nel 2004 “la problematica odontoiatrica legale era meno sentita rispetto ad oggi“

Per quanto riguarda le caratteristiche del Consenso Informato?  Come la Suprema Corte ha recentemente riaffermato, non informare il paziente sui rischi e sulle conseguenze dell’atto medico che si andrà a compiere, oltre a causare un danno alla salute, procura al paziente un danno al diritto all’autodeterminazione. E’ stato altresì precisato che ogni paziente ha il diritto di essere informato sulle probabili conseguenze dell’intervento da effettuarsi e sulle attenzioni da rispettare per un ottimale percorso postoperatorio ma il medico non può ritenersi obbligato a rendere edotto il paziente anche su conseguenze del tutto eccezionali o altamente improbabili, come pure ricordare comportamenti che rientrano nella prassi quotidiana di ogni soggetto (paziente e non) ovvero assumere i farmaci prescritti, evitare sforzi fisici o l’esposizione alle intemperie, mantenere un’adeguata igiene orale, ecc.

Dr.ssa Puttini, possiamo dire che l’Igiene Orale è una cura?  L’igiene orale, nell’accezione comune, non rappresenta una cura, si tratta di una ovvia norma di prevenzione e di igiene della persona che viene insegnata sin dall’infanzia, per non parlare poi di quanto la popolazione venga continuamente “sollecitata” in merito dai media. Inoltre le associazioni di categoria hanno sempre promosso campagne annuali per la prevenzione e la salvaguardia dell’apparato stomatognatico. Va precisato che per terapia si intende tutto ciò che viene effettuato durante il trattamento medico-odontoiatrico, mentre, al termine del ciclo terapeutico, la fase successiva è quella relativa al “mantenimento domiciliare” rappresentato dall’osservanza da parte del paziente di quelle norme universalmente note. Ma che si debba provare in sede legale, addirittura facendo controfirmare, anche le raccomandazioni/consigli del mantenimento dell’igiene orale domiciliare post terapia, sembra davvero un “paradosso” che rischia di esacerbare e rendere “insana” la relazione medico-paziente.

Tutti ci chiediamo se questo CTU eserciti ancora la professione odontoiatrica: lei che ne pensa?  E’ lecito domandarsi se il CTU incaricato conosca la realtà della pratica quotidiana odontoiatrica e quale ragionamento logico abbia seguito nel formulare il proprio parere tecnico, divenuto poi strumento di giudizio del magistrato. La Consulenza Tecnica d’Ufficio è divenuta sempre più centrale e rilevante nel processo civile al fine di accertare la responsabilità del medico. E questo ruolo centrale la colloca in un’area di confine tra le due discipline, della scienza medica e del diritto, in cui necessariamente si intrecciano, si incontrano, si confrontano le due relative culture, facendo emergere altresì sempre in modo più evidente quel ruolo di cosiddetto “ponte” tra mondo della medicina e del diritto.

Dr.ssa Puttini, le CTU fanno sentenza?  Si, le CTU fanno sentenza. Quindi a maggior ragione il CTU, che ricopre un ruolo di notevole importanza, deve avere la capacità e la competenza di saper parlare le due lingue; bisogna ricordarsi che le parole hanno più significati/sfumature, per cui vanno contestualizzate e personalizzate altrimenti possono determinare gravi conseguenze. E’ necessario che il CTU colga l’essenza del rapporto terapeutico, incardinandolo nei binari suoi propri, senza appiattirsi su approcci di comodo che si pongono in antitesi con il vero ruolo del CTU, che è quello di rendersi interprete, con evidente difficoltà, tra mondi che nella pratica sono così distanti tra loro.