La salute dei migranti, un dovere verso l’intera comunità

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Non è questione di “buonismo” ma di buon senso. Garantire la salute dei migranti è senz’altro un dovere umanitario, ma è anche un investimento lungimirante per la salute, l’economia e la tenuta delle società che li accolgono.

È uno dei messaggi chiave della UCL-Lancet Commission on Migration and Health, una commissione internazionale di 20 esperti (nessuno dall’Italia) diretta da Ibrahim Abubakar, dello University College London (UCL). Dopo due anni di analisi dei dati esistenti e di ricerche originali, con l’aiuto di una cinquantina di altri autori, la Commissione presenta sul Lancet il voluminoso rapporto conclusivo, “la più completa rassegna finora condotta dei dati disponibili su migrazione e salute”. Una miniera di informazioni, analisi, riflessioni e raccomandazioni che sfata molti miti, evidenzia nodi ed esigenze irrisolte, e propone una gamma di soluzioni realisticamente possibili e le vie per realizzarle.

“Quello dei migranti come vettori di pericolose malattie è probabilmente il mito più pervasivo nella storia su questo tema”, osserva il rapporto. Ma la realtà come sempre è molto più sfumata, e se è vero che alcuni rischi ci sono, questi riguardano soprattutto i contagi all’interno delle stesse comunità migranti. Nei paesi ricchi – su cui spesso si concentra l’attenzione, sebbene il grosso dei migranti si insedi in paesi a reddito medio e basso – i sistemi di sorveglianza sono più che adeguati a evitare seri pericoli.

D’altronde nei paesi ad alto reddito i migranti hanno in media una mortalità minore della popolazione locale. In alcuni sottogruppi sono però più frequenti certe malattie, per esempio i disturbi mentali nelle vittime di traffico di esseri umani e in chi fugge dai conflitti. Le loro esigenze sanitarie complessive tuttavia sono difficili da stabilire per mancanza di dati attendibili, specie su alcune categorie; sappiamo poco per esempio su come sta chi giunge senza documenti, su chi ha disabilità, o sui migranti LGBT.

Anche l’altro grande mito, che accoglierli ci costa troppo, non regge alle analisi macroeconomiche. In genere i migranti contribuiscono alla ricchezza delle società ospitanti più di quanto costano, pagando in tasse e contributi più di quanto ricevano come welfare. Un dato per tutti: nelle economie avanzate, ogni aumento dell’1% dei migranti nella popolazione adulta accresce del 2% il PIL pro capite.

Eppure questi e tanti altri miti si sono radicati nel senso comune in molti paesi, alimentando politiche ostili e restrittive, che diventano esse stesse un rischio per la salute. Dopo aver presentato i dati più aggiornati sulla salute, il rapporto passa infatti a esaminarne i determinanti multisettoriali: la salute dei migranti infatti dipende molto dai fattori strutturali e politici che determinano le scelte migratorie e le condizioni che trovano nelle varie tappe del percorso e poi all’arrivo. A partire dalle retoriche stigmatizzanti dei politici di molte parti del mondo, che contribuiscono ad alimentare xenofobia e discriminazioni con ripercussioni pesanti su benessere e patologie e sulla possibilità di accesso alle cure. Altri fattori che emergono sono le disparità di genere, o le criticità ambientali per chi fugge dai disastri naturali, ma anche per chi, attratto dagli incentivi dei governi per ripopolare le aree disastrate, vi si trasferisce in condizioni non sempre ottimali. E contano molto ovviamente le condizioni di lavoro.

Il rapporto si snoda poi fra l’esame degli ostacoli a una migrazione sana, primo fra tutti il considerare il fenomeno come mera questione di sicurezza. Mentre per aiutare basterebbe poco, perché ci sono paesi che hanno ottenuto coperture sanitarie eccellenti per le popolazioni migranti a costi contenuti, e ci sono piani che dettagliano come garantire una copertura adeguata in tutte le fasi del viaggio. Si passa quindi a proporre soluzioni basate sulle prove per affrontare i problemi emersi, e a una serie di raccomandazioni sulla ricerca da fare e sulle misure concrete da prendere, nell’ottica che vede la migrazione come una risorsa per la salute e l’economia globali. A partire dall’istituzione di un inviato speciale ONU per migrazione e salute, e di un referente in ogni nazione, per garantire il coordinamento delle azioni e l’inclusione dei migranti stessi nelle decisioni; e dalla creazione di un Osservatorio globale su migrazione e salute per sviluppare indicatori attendibili.

Altri punti decisivi sono introdurre la salute fra le priorità delle policy migratorie, coinvolgendo le autorità sanitarie nei forum che le decidono; combattere con tolleranza zero pregiudizi e xenofobia; e garantire un accesso universale ed equo alle cure. I lavori proseguiranno ora in una fase post-Commissione che coinvolgerà i tanti altri attori in gioco, dalla politica alla società civile, per portare avanti le iniziative delineate.

“Il populismo demonizza proprio quegli individui che sostengono le nostre economie e sorreggono i servizi sociali e sanitari, e promuove pratiche di esclusione che danneggiano tutti”, osserva Abubakar. “Offrire ai migranti un’assistenza sanitaria adeguata beneficia l’intera comunità. Negargliela rischia di costare all’economia e alla salute delle singole nazioni e della comunità globale molto di più dei modesti investimenti che servirebbero a garantire a tutti il diritto alla salute e ad essere produttivi nella società”.

Bibliografia