La biologia molecolare come aiuto nello sviluppo di nuovi farmaci ansiolitici

L’Istituto di Terapia Cognitivo-Comportamentale “A.T. Beck” di Roma definisce l’ansia come elemento presente di per sé nell’animo umano, che si rivela quando bisogna affrontare qualcosa che la nostra mente percepisce come un “pericolo”. Il nostro corpo e la nostra mente rispondono scatenando una serie di manifestazioni che caratterizzano il disturbo, come paura eccessiva, timore, tensione muscolare, accelerazione della respirazione e del battito cardiaco, sudorazione, vertigini e stato di agitazione.

Questo tipo di disturbo può indurre le persone a cercare di evitare situazioni che innescano o amplificano i loro sintomi e, in tali condizioni, possono essere influenzati molti aspetti della quotidianità, ad esempio il lavoro, le relazioni interpersonali o la scuola. In alcune situazioni, però, l’ansia può essere d’aiuto poiché induce l’allerta in situazioni di stress e prepara la mente a porre attenzione. Per far sì che il disturbo venga ritenuto patologico, il sentimento d’ansia dovrà essere presente in maniera sproporzionata rispetto alla situazione in corso o inappropriata rispetto all’età dell’individuo, oppure porre un ostacolo alle sue normali abilità.

Le cause che scatenano lo stato d’ansia non sono state ancora chiarite definitivamente ma sono molti i ricercatori, neurologi e psichiatri che spendono le loro energie per scoprirle. Negli ultimi anni sono stati, e continuano a essere, molto frequenti gli studi scientifici incentrati sull’identificazione e sulla spiegazione dei meccanismi molecolari alla base di molte patologie, tra cui quelle neurologiche. Per investigare i meccanismi molecolari implicati nella generazione dello stato d’ansia, i ricercatori del Weizmann Institute of Science di Israele, in collaborazione con ricercatori di università tedesche, hanno ipotizzato il coinvolgimento delle importine, proteine presenti in tutte le cellule atte al trasporto intracellulare di molecole dal citoplasma al nucleo.

Gli scienziati hanno svolto uno studio in vivo utilizzando 5 linee murine, geneticamente ingegnerizzate, mancanti dei geni per le importine della sottofamiglia α. Nello studio, gli animali sono stati sottoposti a una serie di test comportamentali e, tra questi, i topi privi di questa importina si sono distinti in modo unico: non hanno evidenziato ansia se posti in condizioni di stress, come possono esserlo grandi arene esposte o piattaforme aperte molto elevate.

L’approfondimento e l’aggiunta di ulteriori test ha portato alla luce il fatto che l’assenza dell’importina α5 evita l’ingresso nel nucleo dei neuroni che controllano l’ansia di un gene regolatore che influenza i comportamenti ansiosi, riducendo la sindrome ansiosa. 

La scoperta di questo fine meccanismo molecolare dà la possibilità ai ricercatori di interrogarsi su quali possano essere le nuove strategie terapeutiche per la cura di questo comune disturbo, tali da alleviarne i sintomi. Lo studio, infatti, non si è limitato a definire i processi molecolari coinvolti nella malattia, ma ha anche testato il possibile utilizzo di farmaci come fingolimod, in uso per il trattamento della sclerosi multipla, che dovrebbero avere effetti ansiolitici; mentre ne esclude altri dagli effetti ansiogenici.

La somministrazione di fingolimod ai modelli murini testati ha evidenziato una marcata diminuzione dei livelli d’ansia e conferma che sono necessari ulteriori protocolli sperimentali fondati sulla biologia molecolare, per poter intraprendere nuovi studi e forse arrivare, un domani, a soppiantare le terapie in voga il cui utilizzo prolungato è limitato a causa degli effetti collaterali e dall’efficacia non ottimale.


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