Quell’inaspettato effetto nocebo dei test genetici  

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

C’è un motivo in più per usare con cautela i test genetici che rivelano la suscettibilità a malattie: l’effetto nocebo, il reciproco del placebo, per cui il semplice crederci soggetti a qualcosa di potenzialmente nocivo può farci davvero stare peggio, per esempio avvertendo gli effetti avversi di un farmaco che crediamo falsamente di aver preso. L’effetto nocebo può essere dato anche dal credere di possedere un gene sfavorevole per la salute, come mostra su Nature Human Behavior un team di psicologi e bioingegneri della Stanford University californiana, guidati da Bradley Turnwald.

I circa 120 partecipanti si sono sottoposti a un test genetico per un gene (CREB1) che influenza la resistenza fisica, e poi a una prova da sforzo sul tapis roulant. Una settimana dopo, sono stati comunicati loro i risultati del test e poi hanno ripetuto la prova al tapis roulant. Tuttavia non hanno ricevuto i risultati veri: a metà, a caso, è stato detto che avevano una variante favorevole del gene, che aumenta la resistenza, e all’altra metà che avevano la forma con cui ci si stanca presto.

Nella seconda prova da sforzo, i primi hanno leggermente migliorato le loro prestazioni, correndo un po’ più tempo prima di sentirsi troppo stanchi e accaldati per continuare. E non era solo un effetto psicologico. Chi aveva appreso di avere la variante negativa non solo ha corso meno tempo della prima prova prima di sentirsi esausto (in media di 22 secondi), ma ha mostrato anche alterazioni fisiologiche: la capacità polmonare è calata e così l’efficienza con cui costoro eliminavano l’anidride carbonica. Il tutto a prescindere da quale variante genica avessero in realtà i partecipanti di ambo i gruppi.

Un secondo esperimento su altri partecipanti, sostanzialmente analogo, ha mostrato un effetto simile con un gene (FTO) che influenza il senso di sazietà e può predisporre all’obesità. Stavolta però solo in positivo. Chi veniva a sapere di avere la variante che induce a mangiare di più, non cambiava il livello di sazietà avvertito dopo un piccolo pasto; chi invece apprendeva di avere la variante favorevole, con cui ci si sazia prima, poi aveva molta meno fame residua dopo il pasto, e livelli 2,5 volte più alti di un ormone (GLP-1) che induce un senso di sazietà. Con entrambi i geni, l’effetto non solo colpiva a prescindere dalla variante realmente posseduta, ma per alcuni parametri aveva addirittura un effetto fisiologico e psicologico maggiore di quello del gene stesso.

In che modo l’informazione sui geni può avere questi effetti sul corpo? Tra i meccanismi proposti in casi simili ci sono modifiche dei comportamenti o effetti dello stress, ma in questi esperimenti (in cui per esempio la quantità di cibo ingerito era fissa) queste spiegazioni non sembrano reggere. “Noi ipotizziamo che il meccanismo in gioco sia l’atteggiamento mentale che si crea appena si viene a sapere dell’allele posseduto, la cornice psicologica attraverso cui si interpreta ciò che accade e ci si prepara al futuro. E quindi cambia la sua attenzione, la motivazione, e anche la fisiologia in un modo che conferma le aspettative”, spiegano gli autori sottolineando che lo studio non sorprenderà tanto chi si occupa di psicologia medica quanto piuttosto i genetisti. L’idea del placebo e del nocebo è infatti poco considerata dai genetisti. In un’era di test genetici sempre più diffusi, e a volte proposti direttamente al consumatore, è quindi importante segnalare questo risvolto. Gli studi andranno approfonditi, per esempio per capire quanto durino gli effetti dell’informazione ricevuta, precisano. Ma intanto chi propone questi test e le autorità regolatorie dovrebbero considerare fra i pro e i contro anche questa possibilità di effetti avversi o protettivi prodotti dalla semplice informazione.

 

Bibliografia