Cannibale per sopravvivere: era il 1972

di Patrizia Biancucci

Dovevo sopravvivere”: il volume a firma di Roberto Canessa e a cura di Paolo Vierci (Delfino Editore) già diffuso in tutto il mondo, è stato illustrato a fine novembre 2018 alla stampa medica (e non) presso l’Ambasciata uruguayana a Roma. Motivo? Canessa, figlio e nipote di medici illustri, malgrado il nome e la discendenza italiana, ha nazionalità di quel Paese.

Film ALIVE

La presentazione della terribile tragedia sua e degli altri protagonisti, da cui nel 1993 è stato tratto il film “Alive”, ha richiamato un folto pubblico, soprattutto di medici come lui, non solo dal punto di vista sociologico/letterario, ma anche per le delicate implicazioni che l’avventura ha avuto sul suo essere medico.

relitto e superstiti dell’aereo caduto sulle Ande nel 1972

Nel presentare la vicenda, la copertina annuncia perentoriamente che la storia “tiene incollati dall’inizio alla fine”, affermazione niente affatto affettata, perché nel suo libro Canessa rievoca “minuto per minuto” i terribili momenti dello schianto nel cuore della Cordigliera andina, avvenuto nell’ottobre del 1972, e le atroci circostanze in cui lui e gli altri superstiti, per sopravvivere dovettero cibarsi dei cadaveri dei compagni di viaggio.

Roberto Canessa giocatore di rugby

Erano i componenti della squadra di Rugby reduci da una partita a Santiago del Cile, di cui Roberto Canessa , allora studente 19enne di Medicina, faceva parte: in tutto 45 persone tra atleti, familiari, allenatori ed equipaggio, di cui una dozzina morti subito nell’impatto, mentre per i 30 sopravvissuti, rifugiati nella carlinga spezzata in due, cominciava un’agonia destinata a protrarsi per circa due mesi tra inenarrabili sofferenze, che li ridusse a 15 sopravvissuti.

Finché, definitivamente venuta meno ogni speranza nei soccorsi, Roberto e Nando, il compagno che nello schianto aveva perso madre e sorella, seppur entrambi allo stremo delle forze per i 2  mesi di vita disumana e per nulla equipaggiati, non decisero di scendere a valle in cerca di aiuto superando crepacci, valanghe, neve ghiacciata e temperature al di sotto dei 30 gradi. Quando dopo aver compiuto circa 80 chilometri, si imbatterono nei primi segni di vita umana, i soccorritori stentarono a credere che fossero due  sopravvissuti al disastro.

Roberto Canessa

Divenuto cardiochirurgo infantile di fama internazionale, più volte premiato nel proprio Paese e negli Stati Uniti per il suo valore professionale, Canessa, anche dopo anni di vita “normale”, non dimenticherà mai più la tremenda avventura conclusasi con la salvezza sua, di Nando e degli altri 14 compagni rifugiatisi nella carlinga spezzata. Il libro, suddiviso in due parti, si intrattiene su episodi raccontati da lui stesso e dai suoi famigliari oltre che dai bimbi per i quali si batte per dar loro un’esistenza normale, pur essendo menomati dalla nascita.

“L’insegnamento più importante è la positività – dice il figlio di Canessa, Tino. “Le avversità permanenti  patite sulle Ande avrebbero fatto paura a chiunque altro. In lui però funzionò al contrario…..Mio padre non cerca la negatività, però non la teme. Non è una coincidenza che lui, che ha studiato la vita per vocazione, sia un cardiologo pediatrico, perché i bambini hanno molto più da dare agli adulti. I loro genitori dicono: “Viene Canessa” il che equivale a dire: “Arriva la speranza. Perché mio padre è fedele alla vita”.

Ancora sulla compassione che, nell’esercizio della pratica professionale, anima il chirurgo sopravvissuto alla tragedia: “Perché ci lasciarono così soli, abbandonati a noi stessi?”  si è chiesto tante volte. Di qui: “Cosa posso fare io per assicurarmi che le vittime delle tragedie con cui ho a che fare nel corso della mia vita non rimangano più abbandonate?”. Dinanzi alle malformazioni cardiache più gravi, spesso irreparabili “questi bambini che sono dei perdenti per la società – gli viene da pensare – in realtà sono messaggeri del come vivere. Potranno anche avere un cuore a metà, ma hanno il doppio della vitalità e dell’ amore per la vita”.