Nuove scoperte sullo sviluppo dell’Alzheimer negli afro-americani: etnie a confronto

Oggigiorno, in un periodo storico in cui le malattie neurodegenerative affliggono una porzione sempre più spessa della popolazione globale, la ricerca scientifica ha la necessità di fare progressi in modo rapido e sicuro per garantire il benessere dell’intera popolazione.

Studi specifici, infatti, non sono utili soltanto per scoprire, ad esempio, la funzione di una determinata proteina nel contesto di una patologia precisa, ma anche per capire come una malattia possa manifestarsi in modi differenti in individui di etnia diversa. A tal proposito, lo sforzo dei ricercatori è ancor più significativo in quanto il loro impegno non risiede esclusivamente nella comprensione del mero dato analitico bensì nella collocazione del dato ottenuto nel contesto socio-economico della popolazione studiata, non dimenticando di certo i diversi fattori di rischio annessi.

In questo quadro generale, un esempio di grande impegno lavorativo culminato con rilevanti risultati è stato quello degli scienziati del Knight Alzheimer’s Disease Research Center presso l’Università di Washington, Saint Louis. Grazie a un ampio studio di confronto, che ha coinvolto 1.255 candidati sia neri che bianchi, i ricercatori americani hanno colto un indizio biologico notevole che potrebbe spiegare il motivo per il quale la popolazione afro-americana sembra essere più vulnerabile alla malattia di Alzheimer rispetto alla parte bianca.

La scoperta implica che i meccanismi biologici alla base di questa patologia possano essere molto diversi in gruppi etnici altrettanto diversi, come afferma il dottor John Morris, uno degli autori dell’articolo scientifico e direttore del Knight Alzheimer’s Disease Research Center. Lo studio ha coinvolto persone dai 43 ai 104 anni, di cui un terzo era nelle prime fasi di demenza. L’obiettivo principale dello studio era verificare se il processo patologico potesse essere lo stesso in entrambi i gruppi etnici.

Per stabilirlo, i ricercatori hanno utilizzato scansioni cerebrali e campioni di midollo spinale dei pazienti candidati per determinare la presenza di due elementi biologici caratteristici dell’Alzheimer: la sostanza amiloide, una proteina capace di formare placche collose all’interno del cervello, e la proteina tau, che induce la formazione di grovigli tossici nelle cellule nervose. Dall’analisi, gli scienziati non hanno rilevato nessuna differenza fra neri e bianchi per quanto concerne la presenza delle placche; invece è stato riscontrato che i livelli della proteina tau erano inferiori negli afro-americani.

I risultati ottenuti da questo studio sono degni di nota e dovranno sicuramente essere confermati da un’ulteriore studio che prenda in considerazione un numero molto più elevato di afro-americani. Lisa Barnes, neuropsicologo cognitivo presso il Rush Alzheimer’s Disease Center di Chicago, che ha scritto un editoriale di accompagnamento all’articolo, ha spiegato che la realizzazione di un secondo studio su una popolazione ben più vasta sarà una vera e propria sfida, considerato il fatto che la popolazione afro-americana è spesso restia a partecipare alla ricerca medica, specialmente se presenta procedure invasive come un prelievo spinale. “Quando si tenta di coinvolgere popolazioni che sono state marginalizzate e abusate da ricerche passate, diventa molto difficile” ha affermato la Barnes.

In circostanze simili, la collaborazione fra centri di ricerca è di vitale importanza per l’accumulo del maggior numero di dati utili possibile, più di quanto un singolo centro di ricerca possa ottenere. Inoltre, la migliore comprensione della malattia di Alzheimer negli individui di etnia non caucasica potrebbe essere raggiunta coinvolgendo negli studi persone che fino ad ora sono state riluttanti verso la ricerca. Solo così le minoranze avranno delle risposte.