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L’arte è donna: tracce di pigmento rinvenute sul corpo di una donna del Medioevo

di Luca Mario Nejrotti

Quando si pensa ai manoscritti medievali viene spesso in mente lo scriptorium de “Il nome della Rosa”, con file di monaci ordinatamente intenti a realizzare quelle ricche e accurate decorazioni dei testi sacri che ancora oggi affascinano addetti ai lavori e appassionati.

Una pratica apparentemente esclusivamente maschile quella del miniaturista, ma una recente scoperta apre una nuova prospettiva sul mondo femminile medievale.

Donne d’arte.

In realtà la storia medievale è costellata di esempi di donne artiste in diversi campi (vedi), ma le loro tracce sono labili anche perché in questo periodo è ancora raro trovare firme di artisti sulle opere.

L’antropologia, però, ha portato un contributo inatteso alla storia dell’arte, scoprendo tracce di pigmento (vedi) sul corpo di una donna vissuta tra X e XII secolo d.C. e in particolare nel tartaro dei suoi denti inferiori.

Blu prezioso.

Nel medioevo il colore blu era piuttosto raro, in particolare per pigmenti adatti alle miniature e agli affreschi. Il più raro e prezioso di questi, proveniente dall’Oriente, era l’azzurro lapislazzuli, chiamato anche blu oltremare proprio per la sua origine remota (vedi), esso era ricavato dalla macinazione delle pietre e veniva poi usato in sospensione, di solito in quantità minime dato il suo grande valore.

Tracce nei denti.

I ricercatori non si aspettavano certo questo interessante risultato quando si sono accinti a studiare i denti di questa donna, rinvenuta in una piccola comunità religiosa della Germania medievale (vedi), di cui sopravvivono pochi resti di muri e strutture e qualche rara citazione documentaria.

I nostri lettori ormai sanno (vedi) quante informazioni preziose per l’archeologia conservi il tartaro,che permette agli antropologi di scoprire utili indizi su alimentazione e abitudini di vita dei nostri antenati.

Diverse interpretazioni sono state prodotte dai ricercatori per spiegare la presenza del pigmento nella bocca della donna: in primo luogo esso poteva essere originato dalla pratica devozionale di baciare i libri sacri (ma sembra improbabile che con questo sistema si potesse assumere una simile quantità di colore); in secondo luogo, il pigmento poteva essere stato assunto come medicamento (questo è più verosimile, ma non vi sono prove di questa pratica medica nella regione in quel periodo); infine, la spiegazione più semplice sembra essere proprio che la donna avesse l’abitudine di passare il pennello tra le labbra per appuntirlo, una pratica diffusissima tra tutti i pittori che avrebbe potuto lasciare tracce simili a quelle individuate dagli studiosi.

La scoperta è dunque importante sotto molteplici punti di vista: in primo luogo mostra come le donne potessero partecipare della produzione di manoscritti sacri, maneggiando anche i pigmenti più preziosi; questo denota un alto livello di preparazione e abilità, perché dato il costo del pigmento, sicuramente non veniva dato in mano agli apprendisti. Inoltre, la scoperta apre una prospettiva sul commercio dell’azzurro lapis lazuli: una merce rara e costosa, che però poteva raggiungere anche le più remote regioni dell’Europa centrale.

Fonti.

http://www.ub.edu/duoda/diferencia/html/it/secundario13.html

http://advances.sciencemag.org/content/5/1/eaau7126

https://www.npr.org/sections/health-shots/2019/01/09/683283982/a-blue-clue-in-medieval-teeth-may-bespeak-a-womans-artistry-circa-1-000-a-d?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter