Buttiamoci che è calda! Il riscaldamento degli oceani nel 2018

di Luca Mario Nejrotti

Il 2018 è stato l’ultimo anno, e il più grave finora, di una progressione continua di riscaldamento degli oceani: le acque hanno assorbito il calore equivalente di 100 milioni di volte quello prodotto dalla bomba di Hiroshima.

Sistema di monitoraggio.

Del resto lo sapevamo: sul piano del riscaldamento globale gli scienziati prospettavano che il 2018 sarebbe stato uno degli anni peggiori (vedi).

La “febbre” degli oceani è monitorata costantemente da 13 anni: la rete di circa 4000 robot del progetto Argo, presente  in tutto il mondo, che ogni pochi giorni si immergono fino a una profondità di 2000 metri per poi misurare lungo tutto il percorso di risalita la temperatura, il pH, la salinità e altri parametri chimici delle acque (vedi).

Sulla base dei dati raccolti nel corso dell’anno, come pubblicato da un recente studio, il 2018 avrebbe superato i valori già tragici del 2017 (vedi).

L’acqua al 90%.

Il nostro pianeta è coperto per circa il 70% d’acqua, L’acqua è da sempre l’elemento indispensabile per la nostra vita e mari e oceani sono necessari per lo sviluppo e il sostentamento della vita di animali e piante sulla Terra.

Senza contare le attività antropiche collegate: dalla pesca all’agricoltura, dai trasporti all’industria.

La misurazione del calore oceanico è fondamentale per valutare il riscaldamento globale perché oltre il 90% per cento del calore del riscaldamento globale si accumula negli oceani ed è meno influenzato dalle fluttuazioni naturali, tanto da rappresentare uno dei più affidabili indicatori dei cambiamenti climatici.

Effetti collaterali.

Un aumento della temperatura degli oceani potrà forse voler dire bagni più confortevoli, ma i vantaggi si fermano lì: gli ecosistemi dovranno adattarsi alle nuove temperature, con modifiche anche traumatiche degli habitat e conseguenze anche, per esempio, sulle possibilità di pesca.

Inoltre si assisterà all’aumento del livello del mare per espansione termica, che si sommerà a quello dovuto allo scioglimento dei ghiacci e che potrà arrivare a 30 cm entro la fine del secolo, se non si porranno rimedi.

Questo si tradurrà nella possibilità di contaminazione con acqua salata delle falde d’acqua dolce costiere e conseguente inaridimento.

Le conseguenze riguarderanno anche infrastrutture portuali e strade litoranee, inoltre, la maggiore disponibilità di calore si traduce in tempeste più intense e fenomeni meteorologici estremi, come piogge torrenziali in alcune aree e ondate di calore e siccità in altre.

 

I ricercatori hanno proposto alcune proiezioni per il futuro: nel primo scenario lassista, che è poi il più probabile a verificarsi visto il disinteresse e l’opposizione che le tematiche ambientaliste incontrano dai livelli più bassi della popolazione fino ai decisori politici, in cui non venga fatto alcuno sforzo concreto per ridurre le emissioni di gas serra, fra il 2081 e il 2100 i primi 2000 metri di profondità degli oceani subiranno un riscaldamento di 0,78 °C, con un innalzamento del mare per espansione termica sei volte maggiore di quello che si è avuto negli ultimi 60 anni. Se invece l’obiettivo dell’accordo di Parigi fosse raggiunto, il riscaldamento totale degli oceani potrebbe essere dimezzato (vedi) e i danni sarebbero, ovviamente, inferiori.

Fonti.

https://www.inogs.it/it/content/euro-argo-0

http://www.torinomedica.org/torinomedica/?p=21913

http://advances.sciencemag.org/content/3/3/e1601545

http://science.sciencemag.org/content/363/6423/128