Sanità fra gli immigrati americani: la salute o la carta verde?

Da quando Donald John Trump è diventato il 45° presidente degli Stati Uniti d’America, ormai nel 2017, molte cose negli States sono cambiate in maniera radicale, probabilmente in peggio. Le novità da lui introdotte, soprattutto in ambito di politica interna, fanno riflettere non poco. Essendo un grande imprenditore e non propriamente un uomo politico, Trump ha come obiettivo principale il continuo arricchimento del suo amato Paese senza porre alcuna attenzione a problematiche sostanziali: ne è un esempio l’emergenza ambientale, arrivata ormai al punto critico senza che il Presidente decidesse di prendere provvedimenti o anche soltanto di ammettere l’esistenza della problematica.

Una delle direttive del Presidente, che spaventa una parte della popolazione americana, è quella riguardante la sua politica sulle immigrazioni. Basti pensare al divieto di ingresso in America ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Yemen, Libia, Somalia, Siria e Sudan) e alla costruzione del famigerato muro al confine meridionale con il Messico per bloccare l’immigrazione clandestina.

A tal proposito, lo scorso settembre l’amministrazione Trump ha presentato una proposta alquanto controversa che, se attuata, potrebbe mettere a repentaglio lo status legale di molti immigrati che si iscrivono a programmi assistenziali finanziati dal governo americano. Il regolamento proposto dalla Casa Bianca renderebbe più complicato agli immigrati legali ottenere la carta verde (requisito indispensabile per vivere e lavorare stabilmente negli Stati Uniti) se questi hanno ricevuto determinati tipi di assistenza pubblica, tra cui buoni pasto, sussidi per la casa e Medicaid, il programma federale sanitario che fornisce aiuti agli individui e alle famiglie con basso reddito salariale (1, 2).

La proposta continua a farsi strada fra i commenti pubblici e il processo di valutazione, e potrebbe entrare in vigore già quest’anno, nonostante il disaccordo di alcuni procuratori generali pronti a sfidare in tribunale qualsiasi politica di questo genere. Nel frattempo, alcuni medici e cliniche sono combattuti: vogliono tenere i pazienti informati sui rischi che potrebbero insorgere, ma non vogliono spaventarli in questo momento con il rischio di perdere benefici per la salute o evitare le cure mediche.

La questione sanitaria degli immigrati, assai delicata, è stata presa di petto da alcuni enti come la Asian Health Services, gruppo di cliniche che serve la contea di Alameda, in California. Qui, i membri del personale distribuiscono schede sulle modifiche proposte dal governo, forniscono aggiornamenti attraverso una newsletter destinata ai pazienti e organizzano workshop dove chiunque abbia perplessità può interfacciarsi con esperti legali in diverse lingue asiatiche.

La sanità americana, totalmente privatizzata, considera le persone come “spese pubbliche” se queste si affidano all’assistenza economica dello Stato o necessitano di un aiuto federale che paghi cure mediche a lungo termine. I pazienti immigrati sono enormemente combattuti, in quanto si trovano nella posizione di dover scegliere tra andare alle visite mediche e la possibilità di ottenere la carta verde. Infatti, secondo fornitori assistenziali e avvocati, sono molte le persone che non si presentano alle visite mediche per la paura scatenata in loro dalla regola proposta dal Presidente.

“Per ora, ci siamo concentrati sulla correzione della disinformazione, non necessariamente sulla sensibilizzazione di coloro che non hanno sentito parlare dei potenziali cambiamenti” ha affermato Erin Pak, amministratore delegato del Kheir Center, un gruppo di cliniche con tre sedi a Los Angeles. “Questa è una proposta che prospera sulla paura e l’incomprensione” dice, “quindi volevamo riflettere bene su come e quando coinvolgere i pazienti sulla questione, dato che nulla ancora è passato in legge”.