Diagnosi di cancro al polmone nei fumatori: evitare un pericoloso giudizio di colpa da parte dei sanitari

di Mario Nejrotti

 

Monica Bhargava, pneumologo di Oakland in California, dalle pagine del Washington Post, si domanda che cosa può capitare al paziente se il medico lo ritiene responsabile del cancro al polmone che gli ha diagnosticato?

La dottoressa racconta un episodio della sua attività professionale.

Stava lavorando nel locale ospedale di insegnamento in unità di terapia intensiva, quando le arrivarono gli esami di una sua paziente a cui era stato diagnosticato un cancro al polmone.

Il tirocinante, che era con lei, domandò subito se la signora fosse una fumatrice e, al suo diniego, si disse costernato per la disgrazia accaduta alla signora, dato che non era una fumatrice.

La dottoressa fu molto colpita dal significato intrinseco dell’affermazione del giovane collega che comportava un giudizio di responsabilità per i soggetti che sviluppavano un cancro al polmone e che erano fumatori. Come se il fumare rendesse accettabile per il medico la diagnosi di tumore in quel paziente.

Barghava riflette che negli Stati Uniti  ci sono oltre 500.000 persone vive a cui è stato diagnosticato il tumore al polmone e, per la stragrande maggioranza di loro, nonostante le nuove terapie, un vecchio pregiudizio culturale li fa sentire vergognosi e colpevoli per la loro malattia.

Infatti nella cultura tradizionale, mai ridiscussa a fondo, della medicina americana permane la convinzione, passata di generazione in generazione inconsapevolmente agli studenti, che le scelte e la volontà individuale creino il destino dei pazienti e che un comportamento a rischio possa permettere da solo di incolpare il paziente della propria malattia.

Ancora la dottoressa si domanda se la compassione che destano nei medici e nei tirocinanti le persone non fumatrici che ricevono una diagnosi di tumore al polmone, si traduca poi in una maggiore attenzione, in visite più lunghe e nella ricerca di terapie più adeguate e meno invasive, rispetto, ad esempio, al reduce dal Vietnam, che ha fumato per quarant’anni.

Il timore dell’autrice dell’articolo è che il legame tra tumore al polmone e fumo di tabacco con l’andare degli anni si sia trasformato in una sorta di stigma, con una possibile pericolosa diseguaglianza nelle cure.

Sono ancora pochi i lavori che tentano di analizzare i comportamenti dei medici e degli infermieri in questo campo, ma alcune recensioni e questionari, sostiene la dottoressa, pongono il sospetto di un impatto negativo di uno stigma di questo genere.

Infatti i sanitari  rivolgerebbero meno domande ai fumatori, trascurerebbero di analizzare la qualità e la gravità del sintomo tosse e di altri sintomi correlati come la dispnea; i medici richiederebbero meno test e sarebbero meno inclini ad offrire cure innovative.

L’orizzonte dell’influenza di questo stigma negli USA pare andare oltre la medicina ed investire anche i finanziamenti per la ricerca. A fronte del 25% delle morti globali per tumore, il cancro polmonare riceve solo il 10% dei fondi.

Anche i media contribuiscono alla crescita di questo atteggiamento psicologico negativo, tanto che, come riporta una ricerca comparsa sul BMJ del 2004, molti pazienti fumatori chiedono di non rivelare la diagnosi per vergogna di essere etichettati come colpevoli, con grave rischio di ritardo nella terapia.

L’abitudine dei medici americani (ma forse non solo di quelli) di considerare alcune malattie come conseguenza  esclusiva delle scelte dei pazienti va oltre le diagnosi di tumore.

La più nota è quella di obesità, che colpisce oltre il 40% della popolazione statunitense.

Essa viene spesso considerata malattia provocata da un difetto di carattere e di volontà, trascurando aspetti complessi  genetici e psicosociali e portando gravi difficoltà a questo gruppo di malati sia dal punto di vista diagnostico sia da quello terapeutico.

Analoga situazione sembra avvenire per i malati di Epatite C, che arrivano a chiedere di rimuovere la diagnosi dalla cartella clinica, per il timore di essere ghettizzati.

La Dottoressa Bhargava riflette sulle motivazioni che spingono molti medici e infermieri ad avere questi preconcetti nei confronti dei loro pazienti e trova una giustificazione nella cultura americana dominante che ritiene il singolo responsabile direttamente dello stato di salute e della sua posizione sociale più o meno favorevole. Atteggiamento che affonda le sue radici nella dottrina protestante.

Inoltre sottolinea l’incapacità degli operatori di prendere in considerazione altri fattori genetici e ambientali.

Inoltre si trascura la pressione fortissima dell’industria del tabacco sulla popolazione. Essa ha provocato un numero considerevole di vittime, che non sono poi più riuscite a smettere. Fenomeno legato anche  alla poca fruibilità delle cure per la disassuefazione al fumo e alla carenza di programmi statali organici.

La dottoressa è conscia della complessità del problema e della assoluta necessità di informarsi sugli stili di vita dannosi dei pazienti e di moltiplicare gli sforzi per modificarli, ma conclude dicendo:

“Dobbiamo promuovere in modo aggressivo i comportamenti più sani, offrire aiuto per smettere le abitudini dannose e incoraggiare i pazienti a prendere in mano la loro vita nel miglior modo possibile. Ma se i nostri pazienti ricevono una diagnosi di cancro, dobbiamo prenderci cura di loro con uno spirito di empatia e difesa incondizionata. I nostri pazienti sono più di quello che hanno ingerito o inalato.”