Studia per non discriminare: management dei pazienti LGBT

La definizione antropologica dell’enciclopedia Treccani indica come “genere” il sostituto del termine “sesso” al fine di specificare la tipizzazione sociale, culturale e psicologica delle differenze tra maschi e femmine. Il genere viene ufficialmente assegnato al momento della nascita, in cui sono evidenti le caratteristiche fisiche che permettono la distinzione tra chi è anatomicamente maschio o femmina. A volte, però, la scelta del genere non corrisponde all’identità di genere dell’individuo, ovvero il sentimento di appartenenza all’uno o all’altro sesso, che permette di definirsi uomo o donna in maniera del tutto indipendente dalla condizione di nascita.

Alcune persone, infatti, hanno il desiderio di vivere ed essere accettate come membri del sesso opposto al loro, sentendosi uomini in corpi femminili o donne in corpi maschili. Il desiderio è solitamente accompagnato da un forte senso di disagio e non appartenenza nei confronti del proprio sesso di nascita, tale da spingerli verso la chirurgia e il trattamento ormonale per rendere il loro corpo il più corrispondente possibile al sesso con cui si identificano. Queste persone vengono definite transessuali.

Purtroppo, secondo i sondaggi sviluppati dalla FRA, Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, in molti stati membri dell’UE, lesbiche, gay, bisessuali e intersessuali, definiti con la sigla inglese LGBTI, corrono quotidianamente il rischio di discriminazione e molestie. Pregiudizi e idee sbagliate sull’omosessualità e sulle persone transgender alimentano ulteriori atteggiamenti di intolleranza nei confronti di questa comunità. Ma effettivamente, cosa sappiamo di loro? E, soprattutto, come si può comprendere al meglio la gestione sanitaria di queste persone che, spesso per paura di essere discriminate, evitano di chiedere aiuto ai professionisti sanitari pur avendo serie problematiche di salute?

È semplice: all’università. Secondo una serie di studi, le scuole di medicina in America non si impegnano abbastanza per fornire ai futuri medici un’adeguata preparazione per comprendere al meglio i bisogni unici e i rischi per la salute della popolazione LGBT. Un sondaggio del 2017 tra gli studenti della Scuola di Medicina dell’Università di Boston ha scoperto che le loro conoscenze sulla salute dei transgender e degli intersessuali sono inferiori a quelle riguardanti lo stato di salute degli altri individui facenti parte della comunità LGBT. Coloro che ne fanno parte, in particolare i transgender, devono affrontare tassi sproporzionatamente elevati di malattie mentali, infezione da HIV, disoccupazione, povertà e molestie: è quanto emerge da Healthy People 2020, un’iniziativa del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti.  Per incentivare un maggiore approfondimento riguardo allo stato di salute e le problematiche sanitarie della comunità LGBT, Sarah Spiegel, studentessa del terzo anno al New York Medical College, insieme ad alcuni dei suoi colleghi, ha creato una tavola di contenuti sulla tematica che ancora oggi è affissa nel corridoio del campus. L’iniziativa, ampiamente apprezzata dai dirigenti dell’Università, ha scosso gli animi di parecchi studenti sulla problematica, portando il programma scolastico dell’università, nel giro di due anni, da un’ora e mezza a sette ore di contenuti incentrati sulla comunità LGBT.  Lo studio più approfondito e la maggiore consapevolezza delle criticità sanitarie che ruotano intorno alla comunità LGBTI hanno fatto sì che gli studenti di medicina si sentissero più preparati per trattare i pazienti transgender, provando sempre meno disagio nell’erogare cure verso queste persone.      


Photo credits: Mengwen Cao per NPR