La salute dei migranti in Europa? È una questione di salute pubblica

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Fra i 920 milioni di abitanti della regione europea dell’OMS (che include anche Turchia, Israele e tutta l’ex Unione Sovietica), quasi uno su 10 è un migrante internazionale. Basterebbe questo per mostrare che la salute di migranti e rifugiati non è solo un problema dei diretti interessati, ma una questione primaria di salute pubblica. E curarla non è solo un dovere umanitario, ma anche un interesse vitale per la salute e l’economia dei paesi che li ospitano.

La rivista The Lancet (1), che poche settimane fa traeva queste conclusioni in un corposo studio sulla salute dei migranti in tutto il mondo, torna a ribadirle commentando un nuovo rapporto dell’OMS che per la prima volta raccoglie quanto si sa sulla salute di migranti e rifugiati nella regione europea (2, 3). Giungendo a conclusioni molto simili.

Il Report on the health of refugees and migrants in the WHO European Region è stato presentato a Ginevra il 21 gennaio dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’OMS, in collaborazione con l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (INMP) italiano. Da un lato – osserva il rapporto – in molti paesi europei crescono l’attenzione e gli sforzi per soddisfare le esigenze sanitarie dei migranti. Dall’altro però, visto il clima di crescente ostilità, crescono anche le barriere politiche che, nei fatti, restringono l’accesso ai servizi e il diritto alla salute.

Al di là della volontà politica, però, nel soddisfare queste esigenze c’è una difficoltà oggettiva: migranti e rifugiati hanno necessità specifiche che restano tutt’ora mal conosciute. Mancano infatti indicatori globali che ne descrivano lo stato di salute, mancano iniziative sistematiche per raccogliere questi indicatori a livello transnazionale, e i tanti dati raccolti a livello locale sono spesso poco accessibili. Di qui il nuovo rapporto che cerca di condensare quanto si sa sul tema, sintetizzando le informazioni da oltre 13.000 studi scientifici, da banche dati della stessa OMS e da varie altre fonti ricercate volta per volta per colmare le lacune su alcuni temi specifici.

Ne esce un quadro che offre una prima, solida base per informare le policy sulla materia. Un primo passo di un’azione che l’OMS europea intende portare avanti per assicurare di qui innanzi un flusso di informazioni attendibili, nell’ambito dei piani avviati da qualche anno per assistere gli stati membri su questo fronte, come il Migration and Health programme.

Fra le tante informazioni, si scopre per esempio che la mortalità complessiva dei migranti è più bassa di quella delle popolazioni native, salvo per alcune aree critiche, come le infezioni e le malattie cardiovascolari. Tra le esigenze concrete che emergono c’è il bisogno di fare attenzione alle vaccinazioni dei bambini, che possono non aver completato i cicli di immunizzazione. E si scopre che l’HIV viene contratto più spesso di quanto non si credesse nel paese d’arrivo: i programmi di prevenzione e sorveglianza dovranno quindi considerare questo fatto e non concentrarsi solo sugli screening dei nuovi arrivati.

Tra le buone notizie, le mutilazioni genitali femminili, pur essendo praticate nella stessa Europa, sono sempre meno accettate dalle comunità di migranti quanto più questi permangono nei paesi ospitanti. Un’altra nota pratica importante riguarda i servizi per le vittime di abusi sessuali, che oggi sono rivolti quasi solo alle donne, ma dovranno considerare anche gli uomini, che non sono esenti da queste violenze.

Ai tanti altri dati sanitari in senso stretto, si affiancano poi le considerazioni sui determinanti sociali e politici della salute, spesso altrettanto decisivi. L’accesso ai servizi sociosanitari resta ostico in parecchi paesi e dove lo stato non arriva – rimarca l’OMS – intervengono spesso le ONG, che oggi garantiscono le cure a numeri ingenti di migranti.

Molto conta anche il modo in cui gli interventi vengono realizzati. I controlli sanitari alle frontiere sono nell’interesse di tutti, spiega l’OMS, purché però non siano condotti in modo stigmatizzante o discriminatorio ma motivati da opportune valutazioni di rischio, e purché garantiscano la dovuta riservatezza e aprano le porte dei servizi di cura a chi ne ha bisogno.

“Troppo spesso le voci degli stessi migranti e rifugiati sono silenziate, sebbene avrebbero da dare contributi vitali al dibattito sulla loro salute”, conclude The Lancet. “Ma purtroppo il dialogo su di loro sembra svolgersi solo tra chi occupa posizioni di potere istituzionale. Sollecitiamo quindi i leader politici a riconoscere l’importanza dei loro contributi e coinvolgerli a pieno titolo nel dibattito pubblico sulla salute delle nostre società” (1).

 

Bibliografia

1. Editorial. Standing up for migration. Lancet 2019; 296:2.
2. WHO Europe. Report on the health of refugees and migrants in the WHO European Region: no public health without refugee and migrant health. Geneva: Who, 2018.
3. Il Report dell’OMS è accompagnato da una serie di guide pratiche sui temi di maggior rilievo.