Gender gap in oncologia: sfatiamo i luoghi comuni

Negli ultimi decenni, è stato possibile constatare il progressivo aumento della proporzione di donne che si affacciano alla professione medica in tutto il mondo. Sono molte le specializzazioni mediche in cui il numero di donne con il camice bianco è elevato, come ginecologia e pediatria, ma la loro presenza è rilevante anche in reparti ospedalieri dove il genere maschile la fa da padrone, quali l’oncologia. Infatti, sebbene l’incremento numerico “in rosa” sia evidente, resta una marcata sottorappresentazione delle donne nelle posizioni di leadership di questo tipo di reparti.

A riguardo, il Rapporto Gender Gap del 2018 della prospettiva del World Economic Forum è alquanto pessimista: di questo passo, il divario globale di genere in termini di retribuzione e opportunità di lavoro, istruzione, sanità e politica, richiederà più di un secolo per chiudersi. In Europa, e nel campo della forza lavoro medica, questo obiettivo sarà sperabilmente raggiunto prima, ma, in tutto il mondo, i progressi non sono così rapidi come si potrebbe pensare. Le notizie recenti sembrano confermare questa non rosea visione.

In molti Paesi nel mondo, determinati ambienti lavorativi sono dominati dal sesso maschile. Un esempio lampante è rappresentato dal Giappone, in cui è forte la discriminazione nei confronti delle donne.  In effetti, il Giappone si trova in fondo alla classifica OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) per la quota di dottoresse, pari a circa il 20%. I Paesi europei fanno meglio, ma i dati provenienti da Francia e Canada mostrano che la percentuale di dottoresse tende a essere maggiore nelle attività meno specializzate e retribuite, ad esempio le cure primarie più che la chirurgia.

La Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) ha istituito nel 2013 il comitato per le donne in oncologia (Women for Oncology, W4O) al fine di aumentare e incentivare la parità dei sessi in questo distretto così delicato e per poter dare alle donne le stesse opportunità di avanzamento professionale che, al momento, hanno gli uomini. In seguito a un’indagine esplorativa effettuata su una coorte di 480 dottoresse in oncologia, è stato possibile rilevare una grande disparità: le donne rappresentavano la maggioranza nel 57,6% dei team clinici, ma meno del 40% di loro erano manager e solo il 14,4% degli intervistati copriva un profilo di elevato ruolo di leadership (ad es. amministratore delegato, consiglio di amministrazione, capo dipartimento) (2).

Nel nuovo studio ESMO svolto nel 2016 è stato constatato che circa 1 su 4 membri delle società internazionali esaminate erano oncologi donne, solo 5 delle 53 società nazionali e internazionali analizzate avevano presidenti femminili, e che le donne rappresentavano meno di un terzo dei relatori invitati ai principali congressi di oncologia tenutisi durante il biennio 2015-2016. 

Uno dei maggiori punti di criticità su questo delicato argomento è l’eventuale gravidanza delle oncologhe, che le porterebbe inevitabilmente a ottenere un permesso di maternità, quindi all’abbandono, seppur temporaneo, del ruolo di clinico.  Anche in questo frangente, l’ESMO è andato in contro alle dottoresse sviluppando il servizio di assistenza all’infanzia introdotto nel 2016. Ulteriori problematiche venute a galla risultano essere insite nel vero e proprio concetto di uomo e donna. L’opinione comune disegna la figura maschile come quella di un leader nato, con totale potere decisionale, mentre persiste il pregiudizio culturale sulla priorità delle responsabilità familiari e domestiche da parte della donna, il cosiddetto angelo del focolare.