False speranze dai media sulla cura del cancro

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“È successo di nuovo. Una storia raffazzonata, riguardo a un mezzo passo avanti contro il cancro, è diventata virale e si è propagata in un batter d’occhio tra i social media, nelle televisioni, e nelle menti di milioni di persone”. Ed era fin troppo ovvio che era una storia fasulla. Perché non ci sarà, e non potrebbe in alcun modo esserci, “una cura totale per il cancro” pronta fra un anno, come prometteva in un’intervista al Jerusalem Post Dan Aridor, capo della Accelerated Evolution Biotechnologies, una piccola azienda biotech israeliana.

Lo raccontano su Stat il giornalista Matthew Herper e Dena Battle, presidente della KCCure, un’organizzazione di pazienti che promuove la ricerca sul cancro del rene, riflettendo sui tanti danni di queste false speranze accese sulla pelle dei più vulnerabili, che inducono aspettative irrealistiche sulle possibilità delle nuove terapie e sui tempi dell’innovazione.

Non ci voleva molto a capire che era una promessa assurda, osserva Herper (1): l’articolo racconta di un unico studio sui topi, non ancora pubblicato su una rivista scientifica. Fra i composti antitumorali che iniziano le sperimentazioni umane, solo uno su 20 o 30 diventa, dopo molti anni, un farmaco di uso corrente. E in questo caso le ricerche erano ancora più indietro, e quindi le probabilità e i tempi ancora più sfavorevoli.

Così, quando Aridor nell’intervista afferma che “la nostra cura sarà efficace fin dal primo giorno, durerà solo qualche settimana, non avrà effetti collaterali o quasi, e costerà molto meno delle altre terapie”, sembra solo un imprenditore che cerca considerazioni e fondi per una tecnologia in cui crede. E che lo fa senza troppi scrupoli.

“Il cancro mi ha portato via mio marito e ora guido un’associazione di malati, quindi so bene perché tante persone correvano a leggere quella notizia. E come loro, anch’io avrei voluto disperatamente credere che fosse vera. Ma la scettica in me sapeva che, con ogni probabilità, era un’esagerazione”, afferma Dena Battle (2).

Ma se il Jerusalem Post e gli altri media avessero lasciato perdere la ricerca di sensazionalismo e avessero messo il titolo corretto – “Una teoria che potrebbe portare a una cura per alcuni malati di cancro forse nel prossimo decennio” – non sarebbe stato un articolo eccitante capace di raccogliere una miriade di click. Anzi, non sarebbe stata neanche una notizia, dato che ricerche simili sono all’ordine del giorno nei laboratori di tutto il mondo.

“Mi chiedo se il reporter abbia pensato un minimo all’effetto di questa scelta sui pazienti”, dice Battle. “Per tutta la settimana ho guardato come i malati, che lottavano per la vita, condividevano l’articolo a non finire. Alcuni con scetticismo, ma altri così pieni di speranza che mi faceva male guardarli, specie quando iniziavano a capire che le loro aspettative erano state fomentate con crudeltà per generare un po’ di traffico web”.

Ma il danno va oltre la crudeltà, rimarca Battle: le indagini della sua associazione di pazienti, come tante altre inchieste, mostrano una diffusa diffidenza dei malati verso il sistema sanitario. E storie esagerate come questa non fanno che scuotere ulteriormente la fiducia già fragile di pazienti disperati, inducendoli a dubitare anche dei fatti basati sulle prove di efficacia più solide.

Per fortuna molti media hanno poi corretto il tiro, osserva, ma sappiamo bene che questo non basta a cancellare i danni già fatti; la disinformazione continuerà a circolare. “I malati hanno diritto a un’informazione onesta e accurata da parte dei medici, dei ricercatori, dell’industria e anche dei media”, conclude Battle. Altrimenti, chi può biasimarli se non si fidano più?

 

Bibliografia

  1. Herper M. The modern tragedy of fake cancer cures. Stat, 1 febbraio 2019.
  2. Battle D. The downside of inflammatory news about cancer. Stat, 1 febbraio 2019.