La fuga dalla medicina di famiglia: solo un problema anagrafico?

di Mario Nejrotti

È di sabato 9 Febbraio, alle 19,30, l’intervista al TGR Piemonte, con il Presidente dell’OMCeO di Torino, ,  Guido Giustetto  Si parla del rischio della diminuzione del servizio della Medicina di Famiglia (MdF) per i cittadini nel 2021, anno in cui uno su quattro degli specialisti di medicina primaria andrà in pensione.

Potrebbero restare scoperti centinaia di migliaia di cittadini e la proposta del governo, nell’ultimo decreto “Semplificazioni”, di inserire giovani specializzandi in formazione in Medicina Generale, sembra essere una prima risposta tampone, specie per i centri più periferici del nostro Paese, ma che resta lontana da una riforma strutturale del servizio di medicina primaria, come del resto della carenza di specialisti di secondo livello territoriali e ospedalieri.

Il problema della carenza di medici di famiglia affonda le sue radici in una cultura medica ospedalocentrica che è ancora diffusa e la cui modifica necessita di un grande impegno prima di tutto politico e poi professionale.

Non è solo il pensionamento dei Baby Boomer, cioè dei medici nati tra il ‘45 e il ’55 del ‘900, a minacciare la medicina di famiglia, ma sono anche l’insegnamento accademico, troppo specialistico, le conseguenti scelte e aspettative dei giovani medici e la programmazione dei servizi, che stenta a comprendere l’indispensabilità di una figura di riferimento conosciuta dal paziente e di facile accessibilità, che permetta di gestire oltre al vasto campo delle patologie acute, anche le patologie cronico-degenerative che non possono fare a meno di una figura di coordinamento, di rapporto interpersonale, informazione ed educazione sanitaria.

Gruppi di medici di medicina generale che possano interagire con specialisti territoriali e ospedalieri, dovrebbero essere in grado di dare risposte positive ad una molteplicità di situazioni.

Molte esperienze sono attive sul territorio nazionale, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Un articolo, comparso alla fine di novembre dello scorso anno su  Recenti Progressi in Medicina de Il Pensiero Scientifico Editore, espone i risultati di una ricerca, coordinata dal Dipartimento di Epidemiologia del SSR della Regione Lazio, ASL Roma 1, che si è svolta in tre regioni e precisamente in Lazio, Toscana e Sicilia e che aveva come scopo di misurare l’aderenza terapeutica alla migliore politerapia cronica in soggetti che avevano superato un infarto del miocardio per la prima volta.

Le evidenze scientifiche dimostrano che l’associazione di quattro farmaci: antiaggreganti, beta-bloccanti, Ace inibitori/sartani, statine, ha la capacità di diminuire il rischio di mortalità del 65% e di successivi infarti del 77%. Nonostante questa evidenza forte, dei 51.745 soggetti inclusi in questo studio, la percentuale di aderenza alla politerapia era del 63% nel Lazio, del 59% in Toscana e del 27% in Sicilia. I dati sono ancora più preoccupanti se si considera che i ricercatori hanno considerato “aderenti” alla terapia anche i soggetti che assumevano solo tre dei quattro farmaci prescritti.

Il tempo trascorso dall’episodio acuto cardiaco giocava a sfavore dell’aderenza terapeutica. Mentre l’età più giovane (55/69), il fatto di avere avuto un episodio più grave (STEMI, ST elevation myocardial infarction)  che aveva necessitato di una PTCA (Angioplastica Coronarica Percutanea Transluminale)  durante il ricovero in reparto specialistico di cardiologia e il non essere affetti da altra patologia concomitante, giocavano a favore dell’aderenza alla politerapia, anche per i beta-bloccanti, che sembrano in generale i farmaci più problematici per i soggetti inclusi.

I soggetti più anziani, invece, tendevano a derogare all’assunzione delle medicine con frequenza veramente allarmante.

Le patologie concomitanti (presenti in  più del 75% dei partecipanti) proprio nei pazienti più anziani, ipertensione, diabete, BPCO, dislipidemie, solo per citare le più frequenti, creavano ulteriori problemi, per il riferito e ancora imperante spezzettamento dell’assistenza di questi soggetti tra diversi specialisti che, per formazione, tendono a risolvere principalmente il problema patologico di loro competenza.

Mancherebbe, secondo il parere dei ricercatori, un “luogo” multidisciplinare di coordinamento e sintesi degli interventi, che oltre a non venire spesso seguiti dal paziente, possono divenire, se non armonizzati, inutili, pericolosi e troppo costosi.

La soluzione prospettata, e che emerge dai dati raccolti, è multipla: il ricovero dei malati il più possibile in strutture cardiologiche di elevata specializzazione; una maggiore accuratezza nella programmazione delle visite di controllo nei centri specialistici da cui l’infartuato proviene; la conoscenza per i più anziani della loro situazione socio-famigliare e le relative necessità di assistenza domiciliare, con eventuali opzioni di istituzionalizzazione. Infine, la creazione di team-multidisciplinari che possano “prendere in carico” il paziente e gestirlo nelle molteplici necessità terapeutico-assistenziali.

L’interessante problema, prospettato dalla ricerca del Dipartimento di Patologia dell’ASL 1 di Roma, dovrebbe portare ad un’ovvia conclusione: per questi malati occorre motivare e potenziare le strutture della medicina primaria e più specificatamente la figura del medico di famiglia.

Il compito di coordinamento territoriale tra diverse figure specialistiche e assistenziali per politerapie e gestione delle necessità del paziente è già compito del medico di famiglia, unico professionista del SSN che ha conoscenza della situazione culturale, sociale e famigliare dei cittadini di cui si prende cura nel tempo.

Occorre focalizzare gli interventi sulle figure già presenti nel SSN e che hanno una concreta e rapida possibilità di gestire molti problemi legati a patologie cronico degenerative.

Tali professionisti vanno motivati e supportati nel loro lavoro, come le molte iniziative della MdF di attività in gruppo e in equipe multidisciplinare hanno dimostrato in questi ultimi dieci anni.

Una maggiore informazione ai giovani studenti di medicina, in procinto di scegliere la loro strada nella professione, che mostri la fondamentale importanza della medicina primaria, permetterà loro una più consapevole scelta verso questo settore, prima che le carenze divengano insanabili con un grave rischio per la salute dei cittadini.

Più informazione, formazione e risorse per la medicina primaria da parte dell’università e dei decisori politici farà crescere la base del SSN che non rischierà di essere un altro “gigante dai piedi d’argilla”.