Fino a quando il SSN sarà in grado di curare gli italiani affetti da patologie croniche? I dati dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute

di Mario Nejrotti

In questi ultimi giorni su molte  testate generaliste e specialistiche tengono banco i dati pubblicati dall’ Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane , che ha sede presso l’Università Cattolica a Roma.

Dai essi si evince che  oltre il 40% degli italiani è affetto da almeno una patologia cronica per un totale di oltre 24 milioni di cittadini, con una spesa sanitaria che sfiora i 67 miliardi di euro complessivamente, per tutti gli interventi sanitari e socio assistenziali necessari alla loro gestione.

Le donne sono più frequentemente colpite, rispetto agli uomini e la prospettiva per il prossimo decennio è veramente allarmante con incremento di numeri assoluti di prevalenza per tutte le patologie e per la spesa sociosanitaria veramente impressionanti, con grave rischio di collasso per il sistema sanitario nazionale.

Nei prossimi dieci anni il 70/80% delle risorse dedicate a livello mondiale sarà assorbito dalle patologie  croniche, come avverte l’OMS. Questo perché per definizione esse necessitano di un trattamento continuo che si prolunga per tutta la vita dei pazienti, che non giungono mai a guarigione completa, ma solo ad un compenso più o meno buono grazie a farmaci e livello di assistenza.

Questo fa affermare con soddisfazione al Dott. Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico dell’Osservatorio che “L’aumento del numero delle persone affette da patologie croniche è anche un segno del successo del nostro SSN, come testimonia il fatto che il tasso di mortalità precoce è diminuito di circa il 20% negli ultimi 12 anni, passando da un valore di circa 290 a circa 230 per 10.000 persone.”

Ma proprio la complessità di questi interventi, viene anche fatto notare dall’Osservatorio, crea diseguaglianze di accesso alle cure e prevalenze differenziate a seconda della capacità organizzativa e di spesa delle varie regioni: in Liguria il numero più alto di malati cronici con almeno una  malattia: il 45,1% della popolazione, mentre il più basso è osservato nella provincia autonoma di Bolzano.

Nei comuni con meno di 2000 abitanti si registra la più alta percentuale di cronici, mentre il primato della aree metropolitane è per i fenomeni allergici. Situazioni che hanno probabilmente una spiegazione intuitiva: concentrazione di anziani nei piccoli centri, ambiente fortemente polinquinato nelle aree metropolitane.

Un dato, invece, che dal punto di vista medico fa riflettere è che i soggetti a minor rischio di patologie croniche siano quelli con titolo di studio più elevato in tutte le fasce di età.

I risultati sono più significativi, sempre nel 2017, nella fascia di età che ha una maggiore insorgenza di patologie croniche e cioè quella tra i 45-64 anni: la percentuale di persone malate cronicamente senza titolo di studio o con la licenza elementare-media è del 56%. Tale percentuale scende al 46,1 nei diplomati e al 41,3% tra i laureati.

I divari sociali di prevalenza sono molto evidenti anche se si considerano solo le tre patologie croniche più frequenti e cioè l’artrosi, l’ipertensione e il diabete. In queste tre le differenze tra i non scolarizzati e i laureati sono rispettivamente del 13,1, 12,5 e 7,4%.

Interessante è anche lo status sociale come “fattore di rischio” per una o più patologia cronica.

I disoccupati e i soggetti in cerca di nuova occupazione sono i più esposti anche a disturbi nervosi cronici, insieme agli autonomi che sembrano essere svantaggiati per l’ipertensione arteriosa.

I dati, raccolti anche con l’aiuto della rete dei medici di medicina generale (MMG), fanno riflettere il professor Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene all’Università Cattolica e Direttore dell’Osservatorio.

Egli afferma alla conclusione della presentazione del rapporto che:

“ Il quadro che si sta prospettando impone, oltre che un nuovo approccio sistemico per l’assistenza ai malati cronici, un cambio di passo delle politiche di prevenzione, poiché la sostenibilità della salute dei prossimi anni si gioca sulla capacità di resilienza con azioni proattive delle Istituzioni e dei cittadini in termini di promozione di stili di vita salutari e di prevenzione di secondo livello”.

Certamente sarebbe opportuno programmare una migliore cultura generale di massa e, in particolare, un forte sviluppo di contenuti scolastici orientati alla salute e al potenziamento degli stili di vita sani;  diffondere una maggiore consapevolezza sull’influenza dell’ambiente e dello stato sociale sull’insorgenza di patologie croniche.

Una maggiore attenzione, poi, all’educazione sanitaria dei soggetti adulti, insieme a un freno all’ingerenza dell’industria e della pubblicità dei media nelle abitudini alimentari di massa e, infine, una spinta alla ricerca scientifica mirata a soluzioni definitive per patologie come l’ipertensione e il diabete e non solo verso farmaci che le rendano croniche, ma con costante necessità di terapia, possono sembrare obiettivi ambiziosi, che contribuirebbero però a ridurre significativamente i numeri previsti dall’Osservatorio tra dieci anni e cioè 25 milioni di cronici, con oltre 14 milioni di soggetti affetti da più di una patologia e una spesa complessiva per il sistema sanitario di oltre 71 miliardi di euro.

 

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