Le infezioni da enterovirus possono causare la celiachia?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Diversi studi, sia di natura sperimentale che epidemiologica, hanno suggerito un possibile ruolo delle infezioni gastrointestinali nella patogenesi della celiachia (1,2). Condizioni, queste, che si verificano spesso nei primi anni dell’infanzia e possono, a prescindere dalla presenza o meno di sintomi, causare dei danni a livello delle barriere mucosali che impediscono il passaggio delle proteine alimentari (3).  Tuttavia, fino a questo momento la relazione tra virus gastrointestinali e celiachia non era stata valutata in studi longitudinali a lungo termine. Ora, invece, un gruppo di ricerca norvegese ha analizzato questa associazione su una coorte di bambini, prendendo in esame la relazione tra due virus molto diffusi nell’infanzia – l’enterovirus e l’adenovirus – e la probabilità di sviluppare la patologia. I risultati, pubblicati su The BMJ, potrebbero aprire alla possibilità di individuare (e vaccinare) i bambini più a rischio (4).

La celiachia è un’infiammazione cronica dell’intestino scatenata dall’assunzione di glutine in soggetti geneticamente suscettibili (5). Tuttavia, anche se praticamente tutti i casi si verificano in pazienti caratterizzati dall’aplotipo HLA-DQ2 o HLA-DQ8, la capacità predittiva di queste varianti genetiche – presenti in circa il 40% della popolazione – è limitata (6). Come sottolineato dai pediatri Mark Tighe e Mark Bettie, autori di un editoriale di commento sul BMJ, “sin dall’identificazione del glutine come responsabile dell’innesco della celiachia, avvenuta in Olanda dopo la seconda guerra mondiale, si è sempre parlato di un ‘anello mancante’ che possa attivare la malattia in persona predisposte geneticamente” (7).

Gli autori dello studio pubblicato su The BMJ si sono quindi chiesti se questo ruolo potesse essere svolto da due agenti virali gastrointestinali che colpiscono molto frequentemente i bambini in tenera età – l’enterovirus e l’adenovirus – scelti sulla base di uno studio pilota. “Il nostro obiettivo – scrivono i ricercatori nell’articolo – era quello di capire se la presenza di questi due virus nei campioni fecali prima dello sviluppo degli anticorpi  per la celiachia fosse più frequente nei bambini che avrebbero poi sviluppato la patologia, rispetto a quelli che invece non avrebbero ricevuto questa diagnosi”. Infatti, anche se la celiachia può presentarsi potenzialmente a qualunque età, i dati più recenti suggeriscono che il picco maggiore di incidenza si riscontra intorno ai 5 anni (incidenza di 0,8-1,6/10.000)(8,9).

I ricercatori hanno quindi preso in considerazione 912 bambini norvegesi con genotipo HLA-DQ2/DQ8, i quali sono stati sottoposti a prelievi di sangue e di feci a 3,6,9 e 12 mesi e, successivamente, ogni anno: di questi, 220 hanno completato lo studio prendendo poi parte allo screening per la celiachia. Dall’analisi dei dati è emerso che la percentuale di bambini celiaci – diagnosticati come tali all’età di 10 anni – risultati positivi alle forme più comuni di enterovirus (Enterovirus A ed Enterovirus B) era maggiore, anche se di poco, rispetto a quella dei non celiaci (20% vs 15%; P = 0,02). Al contrario, non sono emerse differenze significative tra i due gruppi in merito alla positività all’adenovirus.

“Le infezioni da enterovirus non polio sono molto comuni tra i bambini di età inferiore a 3 anni, dove possono causare la malattia mani-piede-bocca  e sintomi respiratori e diarroici”, scrivono Tighe e Bettie.  “Questo studio mette in luce una debole associazione tra queste infezioni e il successivo sviluppo di celiachia , ma non possiamo inferire un rapporto di causa”. Secondo gli autori della ricerca, tuttavia, la presenza di questi agenti virali potrebbe causare delle lesioni a livello delle barriere mucosali, favorendo una maggiore traslocazione di peptidi del glutine nella mucosa e innescando così la perdita di tolleranza (10).  “Anche se l’effetto riscontrato è di dimensioni ridotte – concludono gli autori – questo studio suggerisce che le infezioni da enterovirus potrebbero rappresentare uno di molti fattori di rischio per lo sviluppo di una patologia, come la celiachia, che può avere conseguenze a lungo termine”.

Come suggeriscono gli autori stessi, sono ora necessari altri studi – preferibilmente interventistici – per poter stabilire l’esistenza o meno di un nesso causale tra le due variabili. Una prospettiva che aprirebbe la strada a nuove strategie terapeutiche preventive, basate ad esempio sull’utilizzo di vaccini. “Se il ruolo dell’enterovirus  venisse confermato – concludono –, una strategia vaccinale potrebbe ridurre il rischio di sviluppare la celiachia. Attualmente, a eccezione del polio virus, non esistono vaccini per gli enterovirus  non polio ma in molti ci stanno lavorando”.

 

Bibliografia
1. Abadie V, Sollid LM, Barreiro LB, Jabri B. Integration of genetic and immunological insights into a model of celiac disease pathogenesis. Annu Rev Immunol 2011;29:493-525.
2. Mårild K, Kahrs CR, Tapia G, Stene LC, Størdal K. Infections and risk of celiac disease in childhood: a prospective nationwide cohort study. Am J Gastroenterol 2015;110:1475-84.
3. Webb A, Starr M. Acute gastroenteritis in children. Aust Fam Physician 2005;34:227-31.
4. Kahrs CR, Chuda K, Tapia G, et al. Enterovirus ad trigger of celiac disease: nested case-control study within prospective birth cohort. BMJ 2019; 364: l231.
5. Agardh D, Lee HS, Kurppa K, et al, TEDDY Study Group. Clinical features of celiac disease: a prospective birth cohort. Pediatrics 2015;135:627-34.
6. Romanos J, Rosén A, Kumar V, et al, PreventCD Group. Improving coeliac disease risk prediction by testing non-HLA variants additional to HLA variants. Gut 2014;63:415-22.
7. Tighe MP, Beattie RM. Searching for the missing link in coelic disease. BMJ 2019; l696.
8. White LE, Bannerman E, McGrogan P, et al. Childhood coeliac disease diagnoses in Scotland 2009-2010: the SPSU project. Arch Dis Child 2013;98:52-6.