Medici di base, dove ce ne sono di più si muore di meno

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

In molti casi i medici di base sono i primi interlocutori dei pazienti, oltre che i responsabili di buona parte delle scelte e decisioni prese negli ambiti della prevenzione, della diagnosi e del trattamento. Non è un caso, infatti, che le differenze in termini di accessibilità all’assistenza primaria siano state associate in diversi studi a variazioni nei livelli di mortalità della popolazione (1,2). Tuttavia, molte delle ricerche che fino a ora avevano preso in esame questa relazione non avevano tenuto conto di alcune variabili cliniche e socio-economiche potenzialmente confondenti.  Di recente, invece, è stata pubblicata sul JAMA Internal Medicine un’analisi molto approfondita della questione, i cui risultati danno indicazioni chiare sui vantaggi associati agli investimenti in questo tipo di assistenza (3).

I risultati di queste ricerche forniscono nuove evidenze utili a risolvere una situazione che vede – anche in Italia – una vera e propria carenza di medici di famiglia e pediatri di libera scelta. Un’emergenza denunciata solo qualche mese fa anche dal Segretariato Italiano Giovani Medici (SIGM) e dal Segretariato Italiano Formazione in Medicina Generale (SIMeG), che in una lettera inviata al Ministro della Salute Giulia Grillo hanno sottolineato l’assenza di borse di studio per la formazione post-lauream dei medici, lo scarso finanziamento delle stesse e un’inadeguata programmazione del fabbisogno di professionisti sanitari in questo settore. Spesso, infatti, la tendenza è quella di indirizzare le risorse verso l’assistenza specialistica, finendo per trascurare e debilitare i servizi dedicati a quella primaria.

Invece, la presenza di un buon sistema di assistenza di base sul territorio si associa a outcome di salute migliori, con effetti rilevanti persino sull’aspettativa di vita dei cittadini. Per indagare questa relazione, un gruppo di ricerca statunitense ha messo in relazione, con riferimento al periodo di tempo compreso tra il 2005 e il 2015, la densità di medici di famiglia presenti sul territorio – definiti come clinici non operanti in contesti ospedalieri e coinvolti principalmente in attività di assistenza primaria –  con l’aspettativa di vita e la mortalità specifica. Inoltre, i ricercatori hanno preso in considerazione alcune variabili potenzialmente confondenti quali il numero di medici specialisti presenti ogni 100.000 abitanti, l’assegnazione in un’area rurale o urbana, la percentuale di abitanti sotto la soglia di povertà, lo status socioeconomico della popolazione e altre.

Dai risultati è emerso che, nonostante nell’arco di tempo considerato il numero di medici di famiglia negli Stati Uniti sia aumentato (da 196.014 unità nel 2005 a 204.419 nel 2015), la loro proporzione rispetto al numero di abitanti si è sensibilmente ridotta (da 46,6 a 41,4 ogni 100.000 abitanti). È poi emersa un’associazione significativa tra il numero di medici di famiglia presenti in una data area geografica e la mortalità della popolazione: un aumento di 10 medici di famiglia ogni 100.000 abitanti è risultato associato a un allungamento dell’aspettativa di vita di 2,5 volte superiori rispetto a un aumento corrispondente di medici specialisti. “Una maggiore disponibilità di medici di famiglia corrisponde a una mortalità minore”, scrivono gli autori. “Questo suggerisce che un calo nella presenza di queste figure potrebbe avere conseguenze importanti sulla salute pubblica”.

Un altro dato importante riguarda poi la diversa distribuzione dei medici di famiglia nelle aree urbane e rurali. “Lo studio conferma che la forza lavoro è mal distribuita – scrivono Sondra Zabar, Andrew Wallach e Adina Kalet, autori di un editoriale di commento sul JAMA Internal Medicine – con molte comunità rurali che non dispongono di assistenza primaria” (4). Per i tre autori è quindi fondamentale mettere in atto degli interventi utili in generale a rendere più appetibile la professione dei medici di famiglia. Ad esempio, sviluppando modelli gestionali ed educativi che spingano gli studenti di medicina a prendere la strada dell’assistenza primaria e realizzando interventi che favoriscano l’arrivo di più medici nelle aree dove questi servizi sono meno presenti.

“Il nostro sistema di rimborso deve incentivare un riallineamento nel rapporto tra assistenza primaria e specialistica”, sostengono. Secondo gli autori si potrebbe ad esempio prevedere un aumento degli stipendi dei medici di base – così che gli studenti (che negli Stati Uniti hanno spesso debiti per decine di migliaia di dollari) scelgano di prendere questa strada – o fornire a chi lavora nei servizi di assistenza primaria del personale di supporto che si occupi specificatamente delle operazioni burocratiche, in modo da riuscire a gestire un numero maggiore di pazienti.  Le strategie per aumentare il numero di medici di famiglia, quindi, esistono, ma è necessaria una visione politica lungimirante. “Il costo dell’immobilismo – concludono Zabar, Wallach e Kalet – potrebbe essere un aumento della morbilità e della mortalità prematura”.

 

Bibliografia:
1. Shi L, Macinko J, Starfield B, et al. Primary care, race, and mortality in US states. Soc Sci Med 2005; 61: 65-75.
2. Shi L, Macinko J, Starfield B, et al. The relationship between primary care, income inequality, and mortality in US states. J Am Board Fam Pract 2003; 16: 412-22.
3. Basu S, Berkowitz SA, Philipps RL, et al. Association  of primary care physician supply with population mortality in the United States, 2005 – 2015. JAMA Internatl Medicine 2019; doi:10.1001/jamainternmed.2018.7624.
4. Zabar S, Wallach A, Kalet A. The future of primary care in the United States depends on payment reform. JAMA Internal Medicine 2019; doi:10.1001/jamainternmed.2018.7623.