Aiutare i ricercatori Africani a migliorarsi per evitare il diffondersi delle epidemie nel mondo

di Mario Nejrotti

Impegni disattesi

Nell’ormai lontano 2005, 196 Paesi del globo, riuniti a Ginevra, in Svizzera in occasione della  58°Assemblea Mondiale della Sanità, avevano preso un comune impegno: potenziare le politiche e gli interscambi tra nazioni per individuare, segnalare, contrastare e superare le epidemie in ogni angolo del globo.

Lo stimolo a questa comune politica era venuto dalla ormai storica epidemia di SARS del 2003, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva deciso di sottoporre a modifica il Regolamento Sanitario Internazionale per contrastare il diffondersi delle malattie infettive.

Ai buoni propositi non sono seguite iniziative concrete nel decennio successivo, per contrastanti interessi, per la abituale inerzia politica dei governi e per il conseguente scarso finanziamento delle iniziative e delle decisioni prese per contrastare effettivamente il diffondersi delle epidemie.

La prima epidemia di Ebola

A smuovere lo stagnante ambiente politico ci ha pensato la devastante epidemia di Ebola del 2014- 2016. In Sierra Leone, Liberia e Guinea la scarsa organizzazione e le scarse risorse economiche e umane delle agenzie locali di salute pubblica hanno permesso, nonostante gli aiuti internazionali, il rapido diffondersi dell’epidemia, che è sfuggita di mano alle autorità, con un prezzo altissimo in termini di costi umani e finanziari.

La risonanza internazionale del disastro sanitario verificatosi per scarsa attenzione e organizzazione, ha spinto i leader di alcuni Paesi Africani ha centrare gli investimenti proprio sullo sviluppo della salute pubblica.

Anche finanziatori internazionali hanno incominciato a sostenere sistemi Africani di sorveglianza e risposta. Già nel 2016 la Banca Mondiale aveva destinato  a questo scopo 381 milioni di dollari, distribuiti a 11 Paesi dell’Africa Occidentale.

Nella riorganizzazione e sviluppo delle agenzie sanitarie, però, il fattore economico non è il solo elemento indispensabile.

Lo sviluppo delle Agenzie locali

Occorre sviluppare la leadership delle Agenzie e far crescere la consapevolezza di politici e  dell’opinione pubblica in campo sanitario. Lo sviluppo in questo campo è ora tangibile: in Paesi come l’Uganda e l’Etiopia gli sforzi per contrastare le epidemie e per sorvegliare le aree più remote sono stati impressionanti. Ma è in Nigeria che si gioca una partita fondamentale per il successo di una strategia globale sul continente africano, che ha risvolti positivi planetari.

Infatti un abitante su cinque dell’Africa Sub Sahariana è nigeriano e il paese risulta quindi essere il più popoloso dell’area e quello in cui epidemie diverse tendono a svilupparsi con maggiore diffusione.

 

Una nuova strategia

In un  articolo di Nature in News Feature del 20 febbraio scorso, si parla della nuova strategia  del Nigeria Centre for Disease Control (NCDC) di Abuja e del suo direttore generale, Chikwe Ihekweazu. Nell’articolo  si sottolinea il grande impegno che questo medico mette nel difendere il suo Paese dalle epidemie e dall’importante risvolto  che questa attività può avere sulla salvezza di tutto il mondo.

 

Sotto la sua guida, la politica del NCDC  è divenuta molto assertiva. Essa arriva ad influenzare le ricerche internazionali, indirizzandole alle priorità della Nigeria, anteponendole a interessi accademici, che pur restando rilevanti, non devono trascurare le emergenze sanitarie locali.

Per l’Agenzia è anche importante che il lavoro dei ricercatori africani sia riconosciuto. Per questo si chiede che le istituzioni internazionali, che vogliono partecipare a ricerche sul campo in Nigeria, destinino almeno il 10% del valore delle loro borse di studio per aumentare la retribuzione di ricercatori locali  o per pagare le spese vive legate a ricerche cliniche sul territorio.

Inoltre, si pretende una condivisione dei dati e una stretta collaborazione tra ricercatori internazionali e locali, per apprendere le tecnologie più avanzate. In cambio da parte delle Agenzie locali si offrono informazioni del contesto sociale e ambientale in cui l’epidemia si genera e si diffonde, che gli stranieri avrebbero difficoltà a cogliere.

Investimenti mirati

All’interno dell’NCDC si richiede con forza che finanziatori della ricerca biomedica, come la Bill & Melinda Gates Foundation e l’UK Wellcome Trust,  sostengano più spesso queste strategie. Infatti è ormai inammissibile che finanziatori e scienziati internazionali non collaborino a far progredire i sistemi di ricerca nelle regioni colpite dalle malattie che studiano.

Infatti, la crescita tecnologica e culturale dei ricercatori africani favorirà l’avvio di studi clinici mirati anche verso malattie di cui occorre approfondire la conoscenza, come la   febbre di Lassa , formulando ipotesi più appropriate.

Concludendo, finanziare la ricerca Africana e migliorare le sue politiche di sanità pubblica può fare del bene a tutti.