Brexit e post Brexit: che ne sarà della sanità e della salute?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Mentre la farsa e il caos pervadono la politica del Regno Unito, e il futuro appare più incerto che mai, che cosa significherà la Brexit per il Servizio sanitario nazionale e per la salute del paese?”. Se lo chiede il Lancet, in un’analisi guidata da Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine di Londra, che aggiorna uno studio precedente condotto nel 2017, quando i termini della Brexit erano (se possibile) ancora meno chiari di oggi.

La nuova analisi contempla quindi i quattro scenari possibili allo stato attuale:

  1. l’uscita dall’Unione Europea senza un accordo (no-deal);
  2. l’approvazione dell’accordo che è stato negoziato fra Regno Unito e Unione Europea, ma per ora respinto dal Parlamento britannico, che prevede una transizione morbida fino al termine del 2020, lasciando in vigore molte delle norme rilevanti per la sanità;
  3. l’entrata in vigore della cosiddetta clausola di backstop, se a fine 2020 non si sarà trovato un accordo su come gestire il confine con l’Irlanda;
  4. il concretizzarsi della Political Declaration on the Future Relationship, una dichiarazione non vincolante concordata tra britannici e Unione Europea circa le relazioni future.

L’analisi è lunga e complessa, ricca di osservazioni su tutti i punti in gioco una volta che lavoratori e merci non scorreranno più attraverso la frontiera britannica con la stessa fluidità di oggi: la disponibilità di personale sanitario, molto del quale proviene dall’estero; gli approvvigionamenti di farmaci e apparecchiature, per i quali il Regno Unito è molto dipendente dalle importazioni; lo scambio di informazioni rilevanti per la sanità; la cooperazione in aree come il trasferimento oltrefrontiera dei pazienti, la sorveglianza delle malattie, i trial clinici e il riconoscimento dei titoli professionali; il finanziamento del Servizio sanitario nazionale; le norme e garanzie sull’erogazione dei servizi, quali gli orari di lavoro o le liste d’attesa; nonché il ruolo influente che, al momento, il Regno Unito ha nella governance e nelle policy in materia, e la forza nel trattare gli accordi con stati terzi, una posizione di leadership che si perderebbe o indebolirebbe molto.

I dettagli sono molti e complessi, e i punti critici in ciascuna area sono numerosi e spesso ardui da affrontare, ma il succo della conclusione è semplice: “per la sanità britannica, rimanere nell’Unione sarebbe la scelta migliore. Tutte le forme di Brexit sono dannose per la salute: le carenze di forza lavoro saranno inevitabili, le cure per i britannici che vivono in Europa incerte, e l’accesso a medicine, vaccini e dispositivi sanitari molto precario. Ma alcuni scenari sono peggiori di altri: il no-deal, l’uscita senza un accordo, sarebbe di gran lunga l’esito più catastrofico. Pressoché qualsiasi accordo possibile è meglio che nessun accordo”.

Ad aggravare le cose, il governo non sta gestendo il processo in modo adeguato. “Ci sono scarsi segni che l’UK sia preparata per una qualsiasi delle eventualità che abbiamo prospettato. L’azione del governo è molto opaca, ma quel poco che se ne sa – come il contratto per potenziare il trasporto merci su traghetti assegnato a una società che non ha traghetti (e ora rescisso) – solleva molte perplessità”.

Il direttore del Lancet, Richard Horton, segnala poi in un commento un aspetto di principio non meno importante: “Se e quando avrà luogo la Brexit, 66 milioni di persone che vivono nel Regno Unito perderanno il loro diritto alle cure sanitarie sancito dalla legge”. Questo perché il diritto di ciascuno “alla prevenzione sanitaria e a beneficiare dei trattamenti medici alle condizioni stabilite dalle leggi e dalle pratiche nazionali” è codificato solo dalla Charter of Fundamental Rights of the European Union del 2000, divenuta legge europea nel 2009, e protetta quindi dalla Corte di giustizia europea.

Poiché il governo di Londra ha dichiarato che la Charter non sarà mantenuta nella legge del Regno Unito, questo diritto andrà perso. “È una perdita quasi del tutto ignorata nel dibattito, eppure è il più grosso arretramento mai visto negli sforzi di proteggere e promuovere la salute degli abitanti del nostro paese”, chiosa Horton.

 

Bibliografia