Risonanza magnetica della neuromelanina: nuova tecnica per confermare la diagnosi di Parkinson

La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo progressivo che colpisce il sistema nervoso centrale. Il quadro patologico, dall’insorgenza insidiosa, è caratterizzato in modo preponderante da una sintomatologia di tipo motorio, rappresentata da bradicinesia, rigidità, tremore a riposo, disturbi posturali, e difficoltà nel camminare e nella deambulazione. Tutti questi sintomi relativi al movimento sono causati da un’ingente perdita di neuroni secernenti dopamina, neurotrasmettitore di fondamentale importanza nell’espletamento dei movimenti volontari, localizzati in un’area del sistema nervoso definita sostanza nera.

Le teorie attuali sull’eziologia e sulla patogenesi di questa malattia considerano tale disturbo come multifattoriale e il risultato di una predisposizione genetica che potrebbe interagire con fattori ambientali. Il Ministero della Salute ha stimato che i soggetti con malattia di Parkinson in Italia siano circa 230.000 e che la prevalenza della patologia sia pari all’1-2% della popolazione di età superiore ai 60 anni e al 3-5% degli over 85.  Si tratta di un disordine degenerativo universale che, come la malattia di Alzheimer, presenta un’ascesa rapidissima , visto l’aumento demografico della popolazione a maggior rischio, rappresentando una grande sfida per la sanità pubblica.

La diagnostica per immagini, con tecniche quali la risonanza magnetica funzionale (fMRI) o la tomografia a emissione di positroni (PET), ha permesso di studiare l’attività del cervello dando contributi significativi alla comprensione della fisiopatologia della malattia di Parkinson. Infatti, si è scoperto che i neuroni dopaminergici nella sostanza nera del cervello contengono un pigmento nero definito neuromelanina (NM), prodotto del metabolismo della dopamina che si accumula con l’età. Tra le tecniche di imaging, in modo specifico la NM-MRI è utile per studiare l’integrità della sostanza nera nel morbo di Parkinson.

Da uno studio recente, a cui ha collaborato un team dell’Istituto di Tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb) di Segrate-Milano coordinato da Luigi Zecca e Fabio Zucca, in collaborazione con il Dipartimento di Psichiatria del Columbia University Medical Center di New York, è emerso che il contrasto nella risonanza magnetica della neuromelanina è correlato alla concentrazione della neuromelanina stessa e al rilascio di dopamina, verificato tramite PET. I dati sono ulteriormente avvalorati da misurazioni del flusso sanguigno attraverso risonanza magnetica funzionale delle aree cerebrali in cui risiedono i neuroni dopaminergici.

“Questa procedura di risonanza magnetica della neuromelanina può essere considerata come un nuovo metodo per confermare la diagnosi di Parkinson” ha affermato il dott. Luigi Zecca. L’utilità della tecnica non riguarda esclusivamente la malattia di Parkinson ma anche la diagnosi di altri scenari patologici, neurologici e psichiatrici, in cui è presente un’alterata attività della dopamina. Nello studio, infatti, la tecnica di rilevamento della neuromelanina è stata utilizzata per lo studio di pazienti con schizofrenia e soggetti a elevato rischio di psicosi. “In questi casi abbiamo osservato che il segnale delle immagini di risonanza magnetica della neuromelanina è correlato alla gravità delle psicosi nella schizofrenia e nei soggetti a rischio di schizofrenia. Questo suggerisce che il metodo possa diventare un marcatore del rischio per le psicosi, prima della comparsa di una manifesta schizofrenia” ha aggiunto Zecca.