I calciatori professionisti sono a rischio di SLA?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“La vita è come il calcio, non sai come andrà a finire”: sono le parole di Krzysztof Damian Nowak, calciatore polacco, morto di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) all’età di trent’anni. Come lui altri giocatori di calcio professionisti sono stati colpiti da questa malattia rara dei neuromotori che, purtroppo, non lascia speranza. Solo per fare alcuni nomi: Narciso Soldan, portiere all’Inter, al Toro e al Milan, vincitore di due scudetti con i rossoneri. Il difensore Gianluca Signorini simbolo del Genoa: dopo la sua morte il club genoano ha ritirato la sua maglia, la numero 6. E, più recentemente, l’attaccante Stefano Borgonovo, morto sei anni fa. Nel 2008 aveva fondato la Fondazione Stefano Borgonovo Onlus per sostenere la ricerca sulla SLA. In quello stesso anno, in una sedia a rotelle, entrò allo stadio della Fiorentina davanti a 27.000 spettatori.

Una ricerca italiana pubblicata sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità aveva individuato un certo numero di calciatori italiani affetti di SLA che avevano ricevuto una diagnosi anticipata rispetto agli altri pazienti con SLA europei, da cui una possibile relazione tra il gioco del calcio e la diagnosi di SLA. Un risultato del tutto in linea con altri studi epidemiologici che trovano oggi un’ulteriore conferma in una ricerca dell’Istituto Mario Negri di Milano, non ancora pubblicata, che verrà presentata a maggio al meeting annuale dell’American Academy of Neurology. I risultati comunicati in anteprima precisano che rispetto alla popolazione generale i giocatori di calcio hanno quasi il doppio della probabilità di sviluppare la SLA e si ammalano circa vent’anni prima. Usando come fonte gli album delle figurine Panini i ricercatori del Mario Negri hanno preso in esame la totalità di calciatori che hanno giocato in Italia dal 1959 al 2000. Dalla lettura dei notiziari del calcio hanno individuato nel complesso 33 i giocatori di calcio con SLA, a fronte dei 17,6 casi attesi sulla base dell’incidenza della malattia nella popolazione maschile. Inoltre hanno calcolato un’età media per la diagnosi tra i giocatori di calcio di 43,3 anni, rispetto ai 62,5 anni della popolazione generale.

“La malattia può comparire in un’età più precoce come risultato di una predisposizione genetica combinata a fattori ambientali, ancora non ben definiti, e, tra questi, i ripetuti eventi traumatici”, commenta il ricercatore Ettore Beghi, autore dello studio del Mario Negri. Sul perché i calciatori presentino un rischio maggiore di ammalarsi di SLA ci sono diverse ipotesi. In una dichiarazione rilasciata a Medscape, Beghi spiega che potrebbe esserci per esempio un rapporto con i traumi cranici ripetuti (anche se i meccanismi sono sconosciuti), oppure un’associazione tra SLA ed esercizio fisico intenso e tra SLA e l’uso di agenti antinfiammatori non steroidei e integratori alimentari (compresi gli amminoacidi a catena ramificata) molto diffusi tra gli atleti professionisti. Questi fattori – sottolinea nuovamente Beghi – potrebbero giocare un ruolo nelle persone che sono già geneticamente predisposte. Ma sono solo ipotesi: per ora nessuna certezza.

Se ci fossero a disposizione campioni biologici o dna dei giocatori di calcio si potrebbe completare lo studio, esplorando la predisposizione genetica associata a uno o più dei possibili fattori scatenanti, come per esempio l’eccessivo esercizio fisico o l’esposizione a composti chimici quali i fertilizzanti usati nei campi di calcio. A sostegno di questa tesi, Stephen Goutman, direttore della Multidisciplinary ALS Clinic, e professore associato di neurologia presso la University of Michiga, commenta che i militari delle forze armate statunitensi sembrano avere un rischio di SLA, probabilmente a causa dell’attività fisica richiesta o del trauma cranico o delle sostanze chimiche a cui potrebbero essere stati esposti in combattimento.

Altre categorie di sportivi professionisti, come i giocatori di football americano, hanno una maggiore incidenza di malattie neurodegenerative in generale e in particolare di SLA. Tuttavia i numeri vanno ridimensionati per non sollevare panico. La SLA è comunque una malattia rara. “A livello assoluto il rischio resta basso, se normalmente ci sono due casi ogni 100mila abitanti fra quelli che fanno attività intensa saranno 2,2 al massimo”, fa notare Beghi. “La SLA resta quindi un evento molto raro”. E resta ancora molto da studiare per spiegare questa associazione e per capire se ci sono dei margini di intervento per prevenire lo sviluppo di questa malattia.