Antibiotico-resistenza: correlazione con l’antibatterico Triclosan

La resistenza agli antibiotici è una delle più grandi minacce del nostro tempo e rappresenta una profonda criticità sia dal punto di vista sanitario che di sicurezza alimentare e sviluppo globale. La gravità della situazione è elevata in quanto tale fenomeno può influenzare chiunque, ogni persona, di qualsiasi età e Paese. La problematica, inoltre, si riflette nell’ospedalizzazione prolungata dei pazienti, nei costi sanitari incrementati e, soprattutto, nell’elevata mortalità.

L’abuso di questi farmaci da parte della popolazione e la loro somministrazione negli animali tende ad aumentare sempre di più il livello di resistenza, rendendo infezioni batteriche importanti, come quelle gonococcica o tubercolare, difficili da eradicare. Nei Paesi dove gli antibiotici per uso umano o animale possono essere acquistati senza prescrizione medica, l’emergenza e la diffusione della resistenza peggiorano. Allo stesso modo, in Paesi senza linee guida standard di trattamento, gli antibiotici sono spesso sovra-prescritti da operatori sanitari e veterinari e troppo usati dal pubblico.

Per limitare, o addirittura bloccare, la diffusione dei microrganismi antibiotico-resistenti, una delle manovre messe in atto è l’utilizzo di agenti biocidi, ovvero sostanze per la disinfezione chimica spesso utilizzati in ambito sanitario o alimentare. La maggioranza di coloro che fa uso di questi prodotti, però, non è a conoscenza del fatto che gli stessi disinfettanti chimici possano essere la causa dell’antibiotico-resistenza.

Un esempio di rilievo è rappresentato dal Triclosan, sostanza antibatterica presente in una vasta gamma di prodotti di uso comune, come saponi e dentifricio. Solitamente, il Triclosan funge da additivo antimicrobico ed è aggiunto ai prodotti a concentrazioni elevate per poter espletare la sua azione microbicida.

Alcuni ricercatori della Washington University di St.Louis, attraverso un recente studio, hanno scoperto che concentrazioni di Triclosan rilevanti dal punto di vista ambientale riducono l‘efficacia antibiotica in vivo di 100 volte, e mettono in luce il ruolo inaspettato e potenzialmente importante di questa sostanza nel contribuire alla tolleranza agli antibiotici e alla persistenza batterica sia nella comunità che nelle strutture ospedaliere. Già nel 2016, l’FDA ha vietato l’uso di 19 sostanze attive – fra cui il Triclosan – all’interno dei saponi antibatterici di uso domestico, scelta questa giustificata dai rischi associati all’uso, inclusa la resistenza agli antibiotici.

Attraverso procedure sperimentali su modelli murini, il team di ricerca americano ha evidenziato quanto l’esposizione al Triclosan limiti la capacità dei topi di rispondere alle terapie antibiotiche per le infezioni delle vie urinarie, aprendo la strada a un miglior approfondimento sulle basi molecolari che permettono a questa sostanza di interferire con l’azione degli antibiotici.

Gli scienziati hanno studiato l’effetto dei più comuni antibiotici utilizzati per trattare le infezioni direttamente sulle cellule batteriche, pretrattate o meno con Triclosan, osservando che il prodotto aumenta il numero di microrganismi in grado di sopravvivere in presenza di farmaci antibiotici.

L’interferenza con i farmaci mediata da questa sostanza è comprensibile a livello molecolare in quanto il Triclosan interagisce con un inibitore della crescita cellulare, detto ppGpp, rendendo le cellule meno sensibili agli antibiotici. Quando il Triclosan agisce sul ppGpp, alcune vie biosintetiche della cellula, tra cui quelle bersaglio degli antibiotici, vengono chiuse, impedendo ai farmaci di compiere il loro lavoro.