Brexit: uscire dall’ Unione Europea fa bene alla salute? 

di Mario Nejrotti

 Il vecchio continente è percorso da correnti politiche che propugnano lo smantellamento dell’Europa e il ritorno al sovranismo nazionale, in una sorta di autarchie contrapposte, che dovrebbero arricchire l’Europa dei popoli e scongiurare lo sfruttamento di Bruxelles.

Un futuro radioso, di padroni a casa propria, senza ingerenze e senza costrizioni.

Ma è tutto oro quello che luccica?

Un referendum popolare in Gran Bretagna ha portato alla decisione della Brexit: entusiasmo, manifestazioni di piazza, Teresa May sugli scudi.

Poi la realtà:  colloqui, compromessi, crisi politica. Non si possono trascurare il peso degli accordi internazionali e reciproci, la realtà di decenni di economia e politica comune. Sono legami difficili da recidere, pesi delicati da bilanciare, norme difficili da sostituire con leggi nazionali in un mondo sempre più globalizzato, dove solo le grandi potenze e le grandi coalizioni, come nelle multinazionali, hanno speranza di essere concorrenziali e di progredire.

A causa della Brexit persino la salute dei cittadini, a cui i governanti dell’UK hanno dato scarso peso, come del resto sono tentati di fare tutti i governanti, può subire un vero e proprio tracollo.

The Lancet pubblica  un’allarmante analisi sui contraccolpi di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, molto più gravi, se per difficoltà interne, sarà costretta a sfilarsi senza accordi, la ben nota no-deal Brexit.

Le conseguenze saranno rilevanti in numerosi campi: personale sanitario, finanziamento dell’NHS e indisponibilità di medicinali, in particolare quelli più innovativi, causata dal restringersi del mercato e del potere contrattuale di una singola nazione.

Inoltre molto più difficoltosi saranno la ricerca e lo scambio di informazioni.

Se la Brexit avverrà con un accordo, l’impatto potrà essere meno grave del no-deal, ma sempre problematico, anche se procrastinato al 2020.

Gli esperti economisti sanitari di The Lancet immaginano quattro scenari possibili: una Brexit no-deal, in base alla quale il Regno Unito lascia l’UE il 29 marzo 2019, senza alcun accordo formale sui termini del ritiro,  un Accordo formalizzato di ritiro, che comprenda un periodo di transizione fino alla fine del 2020, il Backstop sul confine tra Irlanda del Nord, parte del Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, che continuerebbe a far parte dell’Unione Europea, e la Political Declaration, sulle relazioni future tra Regno Unito e UE.

Ciò che impressiona di più gli autori dopo il lavoro di analisi dei documenti legali e legislativi, che riguardano gli accordi  vigenti dell’Europa con l’UK, è che quest’ultima a qualche giorno dalla data di uscita senza accordi, il 29 marzo, non sembri assolutamente preparata per nessuna delle eventualità prese in considerazione. Tanto che nell’ultimo piano decennale dell’NHS (National Health Service), nelle oltre 190 pagine del documento, vi sono solo due accenni alla Brexit e nessun piano per fronteggiare le emergenze da essa causate.

Oltre al  fatto che molti affermano che le risorse stanziate non saranno sufficienti a coprire le spese previste e che mancano all’appello almeno 100.000 unità lavorative tra medici e infermieri, mentre già ora i giovani medici lamentano turni massacranti e stress lavorativo.

Il professor Martin Mc Kee, co-autore, della London School of Hygiene & Tropical Medicine afferma che i sostenitori ad oltranza della Brexit liquidano il loro lavoro come un Project Fear, ma non sono in grado, oltre agli slogan, di dare soluzioni ai problemi sanitari che l’uscita della UK porta con sé.

Proprio la carenza di operatori sanitari non trova soluzione né nel Backstop, né nella Political Declaration, dove non sono state previste specifiche disposizioni che normino il trattamento giuridico-economico dei sanitari, limitando di fatto l’immigrazione di operatori stranieri, di cui l’NHS ha estremamente bisogno.

Scadrebbero poi gli accordi sulla assistenza sanitaria reciproca, con conseguenti aggravi di costi, specie per le fasce più fragili, per mantenere l’assicurazione sanitaria nella UE.

Altro tasto dolente  è quello dei finanziamenti di capitale della Banca Europea per gli investimenti per l’infrastruttura NHS. Senza questo ammortizzatore l’NHS sarebbe dipendente per il suo finanziamento esclusivamente dall’andamento economico del Regno Unito, con un rischio evidente, se la tendenza al rallentamento del tasso di crescita, legato all’uscita dalla Ue, continuerà con il concretizzarsi effettivo della Brexit.

Ultimo punto caldo, ma di estrema rilevanza, è l’approvvigionamento di medicinali, che, se rimarrebbe protetto fino al 2020 con un processo di revoca controllata, precipiterebbe nel caos, per mancanza di un quadro giuridico di riferimento per importazioni ed esportazioni, con un no-deal.

Nonostante le rassicurazioni del governo, sostengono gli esperti, i piani di emergenza per lo stoccaggio dei medicinali, non possono garantire il fabbisogno per più di alcune settimane, prima che si verifichi una carenza. Inoltre alcuni prodotti come i radioisotopi non possono essere immagazzinati.

Qualunque forma di uscita verrà attuata, poi, il Regno Unito non potrà più far parte dell’Agenzia Europea  dei Medicinali e, mentre l’Agenzia locale di Regolamentazione dei farmaci continuerà a concedere licenze, queste non avranno un allineamento normativo con il resto della UE.

Va da sé che il Regno Unito diventerebbe un mercato molto meno attraente, soprattutto per il lancio di nuovi farmaci innovativi, legati a notevoli investimenti, privando di fatto i cittadini di nuove possibilità di cura, specie nei campi più delicati.

La professoressa Tamara Hervey, co-autrice della School of Law dell’università di Sheffield, afferma: “È fondamentale essere chiari sugli effetti pratici del disimpegno dopo oltre 40 anni di integrazione legale. Questo non è qualcosa che può essere fatto frettolosamente senza mettere a repentaglio la salute delle persone.”

Probabilmente il milione di cittadini britannici che hanno sfilato il 23 marzo a Londra e i 4.400.000 firmatari della petizione per ottenere un nuovo referendum sulla Brexit, pensano che, invece di cercare pericolose alchimie per sostituire una prassi economico-politica comunitaria ormai consolidata, sia più opportuno cambiare rotta e abbandonare fumose politiche sovraniste, semplicistiche e  poco ponderate, fomentate ad arte da alcuni partiti politici, esclusivamente per aumentare il loro consenso popolare.