Perimplantite: la peggior nemica dell’Implantologia

di Patrizia Biancucci

La Dental School di Torino offrirà una mattinata di altissimo livello scientifico dal titolo “Evoluzioni delle superfici implantari nella moderna osteointegrazione”, con 8 crediti ECM, sabato 6 aprile 2019 dalle 8.30 alle 15.30 presso l’aula magna dell’Università. Dopo i saluti del prof. Giulio Preti, saranno i relatori Massimo Lorenzetti, Mauro Badino e Vincenzo Bruno a parlare nella prima parte, per poi vedere la partecipazione di Massimo Simion che concluderà la giornata. Chairman prof. Stefano Carossa.

Massimo Simion

Un titolo forte poteva essere “evoluzioni delle superfici impiantari per combattere il dilagare delle perimplantiti”, visto che il focus dell’evento è proprio la Perimplantite come peggior nemica della ormai diffusa Implantologia. Nell’articolo uscito su Dental Journal del 31 maggio 2014, è stato Massimo Simion, uno dei più importanti implantologi del mondo, a mettere per la prima volta in discussione la superiorità degli impianti con superfici ruvide, insieme con la loro capacità di favorire l’osteointegrazione, affermando che “Sono la causa dell’esplosione delle perimplantiti”. E, in tempi non sospetti, continuava dicendo con coraggio, e contro il “sistema” delle aziende produttrici, “Abbiamo cominciato a fare impianti negli anni ottanta e ora, dopo qualche decennio, è venuto il momento di esaminare quel che abbiamo fatto e quel che stiamo facendo ora e domandarci se siamo soddisfatti e se sono soddisfatti i nostri pazienti, per capire se è il caso di continuare così o di cambiare rotta”. Da qui la necessità di fare il punto della situazione sull’Implantologia, una disciplina che ha avuto un percorso turbinoso e, come nessun’altra, ha contribuito all’evoluzione dell’Odontoiatria degli ultimi decenni.

Ci troviamo infatti di fronte alla clamorosa denuncia di un fallimento che, dopo il grande successo degli anni ‘90, si è consumato dopo il duemila con la comparsa sempre più frequente delle perimplantiti. Oggi che abbiamo una maggiore chiarezza dei meccanismi che generano le perimplantiti, dobbiamo chiederci cosa si può fare. Secondo Massimo Simion “la stabilità primaria è la cosa più importante in assoluto. Non dipende dalla superficie ma dal design, che nei nuovi impianti è migliore. Serve dunque un impianto con superficie macchinata e design moderno, che permetta di sottopreparare e ottenere una stabilità primaria adeguata”

Qualche domanda a Massimo Lorenzetti, implantologo esperto di parodontologia, per sentire la voce di un addetto ai lavori.

Massimo Lorenzetti

Dr. Lorenzetti, ci spiega perché si chiamano impianti “macchinati” e quando sono stati messi in commercio? Gli impianti macchinati sono stati i primi impianti messi in commercio dopo gli studi del prof. Branemark negli anni ‘80. Vengono chiamati macchinati perché la superficie dell’impianto è sostanzialmente identica a quella ottenuta durante il processo di produzione dell’impianto, ovvero durante la fresatura del titanio. A quei tempi la produzione dell’impianto era un processo complesso che richiedeva competenze tecniche, specifiche al di sopra della media dei produttori.

Impianto macchinato

Negli anni 2000 c’è stato un cambiamento per migliorare gli impianti rispetto ai precedenti: si è cambiato solo il tipo di superficie o anche il corpo dell’impianto? Con quali vantaggi? Negli anni 2000 sono stati pubblicati i primi studi sulle superfici implantari trattate; lo scopo di queste superfici era migliorare la performance degli impianti macchinati in situazioni critiche come osso spugnoso, impianti corti e ridurre tempi lunghi di attesa per la guarigione. Inizialmente le aziende hanno lavorato quasi esclusivamente sulla superficie dell’impianto adattandola a geometrie implantari preesistenti. In una fase successiva si è iniziato a modificare anche la forma dell’impianto allo scopo di adattare maggiore stabilità primaria anche in situazione di osso tipo IV, morbido

Impianto sabbiato/ruvido

Ci sono lavori in letteratura che mostrano le differenze di comportamento tra gli impianti macchinati e gli impianti ruvidi. Quali ritiene più significativi? C’è in letteratura una chiara evidenza dei vantaggi nell’uso di superfici trattate in situazioni cliniche quali osso spugnoso e una dimostrazione della riduzione dei tempi di trattamento; manca tuttavia una vera analisi sicurezza- benefici-rischi. Per sicurezza intendo controlli a medio e lungo termine. Quasi tutti gli studi a lungo termine riguardano tipi di impianti con superficie macchinata e le nuove tipologie di impianti si fregiano di risultati che non gli appartengono. I benefici delle nuove tecnologie dovrebbero permetterci di capire se sono in grado di superare tecniche prima insormontabili e che rischi comportano queste nuove tecnologie. Su questo ultimo punto si offre la vera problematica attuale : i nuovi materiali comportano rischi clinici superiori a quelli ampiamente testati in letteratura? Le aziende oggi commercializzano impianti modificati con pochissimi controlli longitudinali. Siamo noi clinici che testiamo i prodotti sui nostri pazienti.

Impianto macchinato nella parte superiore e ruvido nella parte inferiore

Dr. Lorenzetti, dunque possiamo considerare il design impiantare come elemento fondamentale per limitare i casi di perimplantite? È di questo che parlerà sabato 6 aprile alla Dental School “Analisi critica dell’implantologia dai primi impianti macchinati ad oggi”? Io auspico un ritorno alla superficie macchinata, perlomeno nella parte del colletto implantare ovvero nelle zone più vicine ai tessuti molli. Questa tipologia di superficie era già nota in passato come IBRIDO. Gli impianti moderni dovrebbero inoltre presentare caratteristiche della forma implantare che introducono concetti quali ridotta compressione delle corticali, swich platform e monconi protesici concavi con precisione e rigidità a livello della giunzione impianto-abutment.

Evoluzione impianti

Nel 2008, a seguito di un workshop della Federazione Europea di Parodontologia, è stata pubblicata una revisione della letteratura sulle perimplantiti per verificarne la diffusione: la prevalenza è stata tra il 28% e il 56% dei soggetti e tra il 12% e il 40% dei siti implantari. Sono ancora validi questi dati così negativi e come li commenta? Questi dati sono ancora attuali e per questo motivo noi clinici dobbiamo orientare le scelte terapeutiche verso l’uso di impianti che riducano il più possibile la colonizzazione batterica a livello della giunzione impianto-abutment.

Dr. Lorenzetti, possiamo affermare che esistono terapie veramente valide e risolutive per i tanti casi di perimplantite? Non vi è, ad oggi, terapia predicibile della perimplantite. Sono presenti in letteratura case-report con scarsa valenza scientifica.

Perimplantite

Dal suo punto di vista perché, con l’esperienza e i dati scientifici che suggeriscono il contrario, si continuano a utilizzare impianti a superficie ruvida con alto rischio di perimplantite? I colleghi che utilizzano impianti devono essere maggiormente sensibilizzati verso questo problema. Con gli impianti macchinati le percentuali di perimplantite, pur con morfologie implantari che oggi potremmo definire “vecchie”, erano pochissimi.
Dopo aver posizionato gli impianti potevamo quasi dimenticarcene. Gli impianti completamente trattati con superficie ruvida hanno introdotto il fattore di rischio critico per la progressione della perimplantite.

Trova esagerata l’affermazione che la Perimplantite è la peggior nemica dell’Implantologia? Vorrei tornare a posizionare un impianto e dopo potermi dimenticare di averlo fatto.