Dopo Christchurch, il ruolo della salute pubblica nella lotta agli estremismi

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Cinquanta morti, altrettanti feriti. È questo il bilancio degli attentati compiuti il 15 marzo dal 28enne australiano Brenton Tarrant in due moschee della città di Christchurch (Nuova Zelanda). Qualche minuto prima di dare il via alla sua folle impresa, il giovane, autodefinitosi un “suprematista bianco”, aveva diffuso un manifesto politico in cui denunciava il rischio di una sostituzione etnica da parte dei musulmani ai danni dei bianchi. Una motivazione, questa, utilizzata sempre più spesso dagli esponenti di movimenti e partiti di estrema destra a supporto delle loro idee e azioni politiche.

Parte proprio da questo punto una riflessione pubblicata di recente sulle pagine di The Lancet, a firma dell’editor-in-chief della rivista Richard Horton, secondo cui i cambiamenti demografici denunciati da Tarrant non solo non rappresentano una minaccia, ma sono anche inevitabili. Per questo, scrive, chi opera nel campo della salute dovrebbe impegnarsi per promuovere una visione positiva e internazionalista della società e “combattere quelle idee che favoriscono la violenza e i discorsi di odio dell’estrema destra”.

L’episodio di Christchurch, infatti, è solo l’ultima estrema manifestazione di una tendenza riscontrabile in molte aree del pianeta, Italia inclusa, caratterizzata dal rifiorire di sentimenti sovranisti, nazionalisti e razzisti. Horton individua le responsabilità di questa situazione in un certo tipo di discorsi politici che, pur essendo spesso promossi da piccoli movimenti di estremisti, trovano ora spazio anche nei programmi dei partiti più rappresentativi e, in alcuni casi, persino di Governo. “Anche se la maggior parte delle reazioni a questi attentati hanno giustamente enfatizzato l’importanza della solidarietà tra le diverse comunità presenti in Nuova Zelanda – scrive Horton – è evidente che gli avvenimenti di Christchurch si pongono all’estremo più violento di uno spettro di comportamenti xenofobi autorizzati e accettati nel discorso politico”.

Quello dell’editor-in-chief del Lancet è quindi un vero e proprio appello a tutti i professionisti della salute affinché prendano una posizione chiara e definita contro questa deriva socio-culturale. Egli riporta ad esempio le parole di Ibrahim Abubakar e degli altri membri della UCL-Lancet Commission on Migration and Health, risalenti a qualche mese fa: “Il razzismo e il pregiudizio dovrebbero essere affrontati con tolleranza zero… La consapevolezza degli operatori e delle organizzazioni che si occupano di salute nei confronti di queste tematiche dovrebbe essere rafforzata con azioni di tipo regolatorio e interventi formativi, quali corsi educativi e crediti per lo sviluppo professionale continuo”.

Sarebbe un errore, invece, non prendere sul serio o ignorare certe posizioni. Per combatterle, sembra suggerire Horton, è necessario conoscerle. Per esempio, sebbene il manifesto pubblicato da Tarrant – con tanto di telecamera per la diretta Facebook – poco prima di recarsi a compiere le stragi di Christchurch sia stato immediatamente eliminato dal web, le idee che vi erano contenute sono di dominio pubblico. Il titolo stesso – “The Great Replacement” (in italiano “La grande sostituzione”) – è un chiaro richiamo al libro Le Grand Remplacement di Renaud Camus in cui lo scrittore e attivista politico denuncia il rischio, per i cittadini francesi ed europei, di essere colonizzati, sterminati e sostituiti dalle popolazioni di fede musulmana.

Secondo Horton, una riflessione utile a ostacolare la diffusione di queste idee è invece quella proposta dall’autore ed esperto di demografia Paul Morland nel suo recente libro The Human Tide: How Population Shaped the Modern World.  Secondo il ricercatore dell’Univerisity of London, infatti, le trasformazioni demografiche a cui assistiamo sono semplicemente degli elementi inevitabili e prevedibili dell’evoluzione umana e, in quanto tali, “potrebbero rappresentare il più importante fattore esplicativo della storia mondiale”. Quello che bisogna chiedersi è: in che direzione stiamo andando? La risposta, sottolinea Horton, è che in futuro “le società umane saranno più grigie (anziane), più verdi (se l’ingegno umano contribuirà a creare un pianeta più verde) e meno bianche. (…) La dominazione occidentale sull’intero pianeta ha sempre avuto un orizzonte di tempo limitato”.

“L’Africa subsahariana è oggi l’ultima frontiera di un processo di trasformazione della politica globale – continua l’editor-in-chief del Lancet –, la notizia più rilevante per i prossimi quarant’anni è il tasso di crescita della popolazione africana”. Anche per questo motivo, secondo Horton è necessario abbracciare e promuovere l’idea di un “mondo più fluido, in termini di razza, etnia e identità nazionale”, rifiutando inutili rigurgiti razzisti e nazionalisti. In questo senso, conclude, gli operatori della salute possono avere un ruolo fondamentale “per portare una voce autorevole circa la reale situazione dei cambiamenti demografici e promuovere l’idea di un’umanità comune, non divisa”.

 

Bibliografia

1. Horton R. Offline: Public health and the fight against extremism. The Lancet 2019; 393: 1188.

 

Nella foto in alto: Outside the Al Huda Mosque, 21 Clyde St., Dunedin, New Zealand, 9.29 AM Mon. 18 March 2019, di Mark McGuire. Flickr Creative Commons.