Padri surrogati: i geni ingegnerizzati in allevamento, al meeting internazionale di transgenetica a Kobe.

di Luca Mario Nejrotti

I biologi riproduttivi stanno sviluppando un modo inedito per introdurre e diffondere tratti genici desiderati negli allevamenti: introdurre “padri surrogati” il cui sperma sia modificato utilizzando le caratteristiche di altri maschi da riproduzione. Il patrimonio genico non sarà più quello del riproduttore, ma quello del donatore.

Genetica di allevamento.

La selezione e l’ingegnerizzazione genica sono sempre state applicate, con metodi via via più sofisticati, negli allevamenti. Si è cominciato con gli incroci, oggi si applica la genetica di laboratorio. Alcune specie, però, si sono dimostrate ostiche nel trattamento via inseminazione artificiale.

Per diffondere in poche generazioni caratteristiche come la resistenza al calore o ad alcune malattie, si sta sperimentando la possibilità di modificare lo sperma dei riproduttori, inserendo le caratteristiche genetiche di “super papà” (vedi)

Difficoltà, forse, sormontabili?

Nell’industria lattiero-casearia degli Stati Uniti, la pratica di inseminare artificialmente mucche con lo sperma raccolto dai tori migliori, oltre a un’attenta selezione genetica, ha prodotto vacche che producono quattro volte più latte rispetto agli animali negli anni ’40, prima che la pratica venisse introdotta.

Non sempre, però, l’inseminazione artificiale è utilizzabile. Per esempio nei bovini da carne, gli animali vagano liberamente sui pascoli, rendendo difficile rintracciare le mucche al momento giusto del loro ciclo riproduttivo. In altri casi, come per molti volatili, e per i suini, è difficile conservare il seme che spesso muore in deposito.

Sterilità indotta.

Apparentemente si tratta di un processo più “meccanico” che “bioingegneristico”, in realtà per metterlo in opera è necessario comunque modificare geneticamente gli animali.

Il primo passo, infatti, è creare i surrogati perfetti: le ricerche di diverse università nel 2017 si concentrarono nel tentativo di indurre geneticamente sterilità negli animali da allevamento perché potessero in seguito essere impiegati come”contenitori” dei patrimoni genici selezionati.

In seguito si procede a impiantare le cellule staminali nell’ospite: nel caso dei polli, gli scienziati hanno osservato che i destinatari, una volta sterili, hanno continuato a deporre le uova. Ora si deve verificare che la progenie di quelle uova provenga dalle cellule trapiantate e che i geni modificati non portino con sé modifiche “indesiderate”.

Problemi.

I suini pongono i maggiori problemi: se anche il processo sembra funzionare, al momento la produzione di sperma nei soggetti trapiantati è insufficiente per poter essere efficace.

Le difficoltà da affrontare sono molte, ma la sfida sembra alla portata della scienza, e i risultati saranno proposti al Transgenic Technology Meeting di Kobe, in Giappone (vedi). Ciò che per ora sembra funzionare coi topi, però, non si applica efficacemente agli animali più grandi e quindi al bestiame.

Il passo dai maiali agli umani, comunque, è breve e si prospettano applicazioni per la cura della sterilità, in particolare nei soggetti in cui questa sia stata provocata dalle cure oncologiche. Quisquilie che sembrano avere solo un ruolo propagandistico, comunque, rispetto al giro d’affari immenso che circola intorno all’allevamento.

Fonti.

https://www.nature.com/articles/d41586-019-00718-5?utm_source=Nature+Briefing&utm_campaign=db543bc5f4-briefing-dy-20190314&utm_medium=email&utm_term=0_c9dfd39373-db543bc5f4-43594593

https://www.transtechsociety.org/index.php?submenu=tt_meeting&src=gendocs&ref=NextTTMeeting&category=meetings